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Velo islamico

Pubblicato da In dies Info agosto 2026
Velo islamico
In Occidente generalmente noi vediamo il velo come un segno di sottomissione della donna, ma questa è un'interpretazione infondata.
Tutte le civiltà hanno norme di decenza e di pudore, sia per le donne sia per gli uomini, ma non c’è relazione fra le regole di pudicizia femminili e la sua subordinazione.
Anche noi occidentali moderni abbiamo le nostre regole. Si può andare in spiaggia in bikini, ma non a scuola; non è mai ammesso il nudo integrale. Anche gli uomini hanno regole di decenza e di rispetto: non si può andare a un matrimonio in calzoni corti.
Le regole esistono sempre, ma sono diverse secondo la cultura. Ad esempio, nella civiltà greco-romana le statue ritraggono spesso proprio il nudo, anche femminile, il che non significa che fosse ammesso nella realtà: le matrone romane, certo, sono raffigurate sempre ben coperte. In Cina, nella quale la posizione della donna era molto bassa, non si avevano regole rigide come nell'Occidente del Medioevo, dove invece è sempre esistito un certo culto della donna (si pensi alla Madonna, alla donna angelicata, alla galanteria). In molte culture primitive le donne vanno quasi completamente nude, ma questo non indica affatto una parità uomo-donna. In alcune culture delle classi superiori dell'India le donne andavano a seno scoperto, finché, con la dominazione inglese, questo uso fu proibito.
Per il mondo del Corano è prescritto che le donne debbono coprire i propri “ornamenti” (cioè le belle forme), ma non è propriamente prescritto il velo. Infatti abbiamo il velo integrale (afghano), un velo parziale in Iran, il semplice obbligo di coprire i capelli e anche casi in cui non si porta alcun velo (la Turchia di Atatürk).
Bisogna tener conto che non si tratta del velo in sé, ma del fatto che gli abiti delle donne nascondono le forme femminili, mentre i nostri le esaltano.
Soprattutto il velo ha assunto oggi un altro significato: il rifiuto del sesso al di fuori del matrimonio e, per questo, è divenuto una questione dirimente.
Non solo il velo, ma il modo di vestire vuole indicare un rifiuto del sesso fuori del matrimonio e quindi che le donne che lo fanno sono delle puttane.
Fino a qualche generazione fa anche noi pensavamo la stessa cosa.
La sottomissione della donna prescritta nel Corano è un'altra cosa. Noterei che essa è esistita in tutte le civiltà e che solo attualmente, da noi, si è sancita la parità, almeno teoricamente.
Il velo islamico negli ultimi anni è diventato veramente il pomo della discordia, un simbolo di identità contestato o difeso sia nei rapporti con l'Occidente sia soprattutto nell'ambito stesso del mondo islamico, andando molto al di là, come valore emblematico, del fatto in se stesso.
Esaminiamo allora la questione dal punto di vista islamico. Esso non è solo un fatto religioso, ma un fatto di costume, di cultura: si può non essere credente nell'islam, ma questo non significa necessariamente che non si condividano certe posizioni sull'abbigliamento femminile, come d'altronde è avvenuto anche in Occidente. Ad esempio, il positivismo, nemico del cristianesimo, non fu più permissivo in questo ambito; anzi, il rigore maggiore nella morale sessuale si è avuto proprio in epoca positivista (che noi definiamo in genere età vittoriana).
Vediamo allora la fonte della prescrizione nel corano. Il velo in arabo viene chiamato Higiab: letteralmente "copertura", che viene tradotto con "velo", dando un'idea non affatto esatta.
Il testo coranico afferma:
Sura XXIV An-Nûr (La Luce)
«E di' alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere una copertura fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne.»
Anche nell'ambito cristiano si parla del velo delle donne. L'apostolo Paolo infatti prescrive:
«Ogni donna che prega o profetizza senza avere il capo coperto fa disonore al suo capo, perché è come se fosse rasa. Poiché, quanto all'uomo, egli non deve coprirsi il capo, essendo immagine e gloria di Dio; ma la donna è la gloria dell'uomo; perché l'uomo non viene dalla donna, ma la donna dall'uomo. Giudicate voi stessi: è decoroso che una donna preghi Dio senza avere il capo coperto? Non vi insegna la stessa natura che se l'uomo porta la chioma, ciò è per lui un disonore? Mentre se una donna porta la chioma, per lei è un onore; perché la chioma le è data come ornamento.» (1 Corinzi 11:6)
In termini più semplici: la chioma viene considerata un attributo di bellezza femminile e, come tale, deve essere per modestia coperta, anche per non distrarre gli uomini dal raccoglimento religioso. Non viene però prescritto al di fuori della pratica religiosa. L'obbligo del velo è durato nelle chiese cattoliche fino ai nostri giorni e solo negli ultimi anni è stato generalmente abbandonato. Fino a qualche anno fa, nell'accostarsi ai sacramenti, infatti, le donne si coprivano il capo. È continuata la tradizione nelle occasioni solenni, come cresima, prima comunione e soprattutto nel matrimonio. Non concepiremmo infatti una sposa senza il velo: tuttavia il velo, in questo caso, ha perso completamente il suo scopo originale di coprire la chioma, è divenuto trasparente, elemento di ornamento e non certo di modestia.
Nell'ambito islamico invece si è diffuso generalmente il suo uso anche perché la donna non doveva mostrarsi in pubblico e, quando lo faceva, si doveva coprire il più possibile. Abbiamo però una varietà di veli: alcuni coprono semplicemente i capelli, altri coprono anche il viso (chador iraniano) e altri ancora coprono completamente tutto il capo (burqa afgano).
Il problema è nel significato che si dà al termine Higiab.
Per alcuni la prescrizione coranica viene interpretata come un semplice invito alla modestia del vestire delle donne e non propriamente come una tassativa prescrizione religiosa, e il velo viene visto semplicemente come una tradizione ormai da superare. In questa ottica molte musulmane ormai non lo usano più, in molti Paesi ormai è raro e addirittura Kemal Ataturk in Turchia lo proibì proprio per legge.
Per altri invece il velo è una prescrizione fondamentale:
Ad esempio nel 1994 in ;Al Turabi Hasan, Le donne nell'ordinamento islamico della società,
«Poiché il Sublime Corano e l'insegnamento del Profeta, che Allàh lo benedica e l'abbia in gloria, sono vincolanti per la donna che creda nella provenienza divina del Corano e nella Missione apostolico-profetica di Muhàmmad, indossare il velo è quindi un dovere preciso e inderogabile. La donna musulmana che indossa il velo esprime, per mezzo di esso, in forma tacita, la sua identità islamica ed è fuorviante dall'Islàm il pensiero, purtroppo diffuso, che possa chiamarsi musulmana la donna che non porta il velo, giustificandosi col dire che l'importante è avere fede dentro! Non hanno presente che il Profeta, che Allàh lo benedica e l'abbia in gloria, ha chiaramente disatteso questo pensiero quando ha detto: "La fede non è presente dentro se non ci sono i comportamenti islamici, che ne segnalano la presenza interiore".»
Il problema poi si è complicato con la presenza di una minoranza ormai notevole di musulmani in Occidente: è sorto il problema se il velo possa essere indossato anche nelle scuole e negli uffici, se esso possa considerarsi un'espressione di libertà culturale o invece un simbolo di discriminazione e di oppressione delle donne, con ricorsi agli organi giudiziari e politici.
Non possiamo risolvere certamente il problema, ma facciamo qualche notazione.
• Di per sé il velo, specie nella versione moderata che copre solo i capelli, non è nulla di strano: è presente anche nella nostra tradizione e non si vede perché non possa essere indossato dalle donne che lo desiderino.
• Il velo islamico però ha un valore di modestia del vestire femminile: ormai noi siamo abituati a vedere donne che si vestono in modo estremamente succinto (si pensi ai "tanga" sulle spiagge); naturalmente l'obbligo di portare il velo significa che la donna deve essere "molto" coperta: non si può immaginare una ragazza che porti il velo e indossi una minigonna o una camicetta trasparente. Pertanto il velo diventa una specie di freno all'esibizione del corpo femminile. Lo scoprirsi delle donne in Occidente è stato relativamente lento, ha incontrato non poche e non lievi resistenze: di fronte alla società musulmana esso appare un'incredibile mancanza di pudore, assolutamente inaccettabile; il velo diviene un rimedio drastico e sicuro. D'altra parte anche in Occidente non mancano delle regole sull'abbigliamento femminile: non ci si veste ugualmente sulle spiagge, in vacanza, a scuola, in chiesa, nelle cerimonie solenni; non si porta il bikini dovunque.
• Il velo ha poi un significato più generale. Ormai in Occidente vi è un'ampia libertà sessuale e i rapporti prematrimoniali e anche occasionali, sono molto diffusi. La società musulmana (come d'altronde quella cattolica) non intende assecondare questo costume: il velo diventa anche allora il simbolo di un comportamento che riserva i rapporti sessuali strettamente all'ambito matrimoniale.
• Il velo infine costituisce un segno della tradizione musulmana. Diventa quindi un simbolo di identità culturale, esibito per chiedere rispetto e considerazione.
Queste e altre considerazioni ancora vengono variamente combinate e confuse e il velo diventa un nodo che non può essere semplicisticamente affrontato. In Occidente in genere non si intendono tutte queste motivazioni: il velo appare semplicemente come un elemento di subordinazione, di discriminazione della donna. Ma gli islamici affermano esattamente il contrario: i principi della morale tradizionale simboleggiati dal velo non sono contro la donna, ma a suo favore.
Nel mondo musulmano il velo viene considerato, negativamente o positivamente, come una riaffermazione della lettera del Corano e della tradizione islamica, di un'interpretazione che noi definiamo fondamentalista e, per questo, combattuta o difesa.