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Nostalgie comuniste

Pubblicato da : res publica : quaderni europei: giugno 2026
Quando si viaggia in un paese straniero, il turista vede soprattutto i monumenti, le tradizioni e tutto quello che si aspetta di vedere. A Napoli sente gente che canta continuamente le classiche canzoni napoletane, in Ucraina gente che balla come i cosacchi. Magari avviene invece che a Napoli i giovani non cantino più le antiche canzoni ma il rap, e i giovani ucraini ballino l’hip-hop.
È quindi difficile capire un paese viaggiando in esso: per capire veramente la realtà dei paesi occorre parlare con gli abitanti al di fuori della retorica tradizionalista.
A me accade spesso di parlare con persone dell’Est, non tanto in quei paesi, ma con gli immigrati che per vari motivi spesso frequento.
Quello che mi ha colpito, nell’approfondirne la conoscenza, è il fatto che vi sia una certa nostalgia per il comunismo. Noi pensiamo che la caduta del comunismo sia stata da tutti salutata e considerata come una liberazione, ma in realtà non è così. Noi vogliamo sentirlo e quindi, per compiacerci e rendersi simpatici, gli immigrati ci accontentano. Precisiamo che questa nostalgia riguarda soprattutto persone di una certa età, perché ovviamente i giovani non possono ricordare una vita e una società ormai scomparse da circa 40 anni. Potremmo quindi considerare questa nostalgia come semplice espressione del rimpianto della giovinezza, che è cosa naturale negli uomini di ogni nazione e civiltà. Tuttavia mi pare che non sia solo questa la causa, ma che effettivamente si rimpianga un certo modo di vivere.
Vi è pure infatti il ricordo di un tempo in cui, malgrado povertà e stenti, vi erano sicurezza e tranquillità. Il lavoro era assicurato, nessuno era disoccupato, tutti avevano una casa, una scuola per i figli e tutto lo stretto necessario, anche se in misura molto povera, a parte la nomenklatura, come si diceva, che aveva invece ogni cosa in abbondanza.
Nella società moderna del consumismo, come si dice, invece c’è tensione, incertezza e frustrazione, e anche maggiore delinquenza e disagio mentale.
Quindi si può preferire una vita tranquilla ma sicura a una vita agiata ma piena di tensione (consumismo, come diciamo noi in Occidente).
Certo, quando c’è progresso e sviluppo c’è più tensione, ci sono i vincitori e i vinti (come diceva Verga). Però, se l’uomo si fosse accontentato di quello che aveva senza cercare di progredire, allora saremmo ancora all’età della pietra.
Comunque bisogna pure riconoscere che la sicurezza, anche nella povertà, può essere qualcosa di preferibile all’insicurezza nel benessere.
Bisogna pure precisare che quel rimpianto non è per il comunismo vero, eroico e tragico, ma per quello che viene definito “socialismo reale”. In tutti i paesi comunisti distinguiamo una prima fase in cui si tentò di raggiungere in tempi brevi la società preconizzata da Marx, nella quale “ognuno dava per quanto poteva e riceveva per quanto aveva bisogno”, che avrebbe portato alla vera libertà e alla felicità; ma questi tentativi finirono nelle tragedie: purghe staliniane, maoismo della Rivoluzione culturale, le stragi dei Khmer Rossi, e si passò a una fase in cui l’instaurazione della società marxiana veniva rimandata a un futuro imprecisato e ci si limitava a uno Stato assistenziale senza il benessere che si conosceva in Occidente, o come alcuni preferiscono dire, in senso negativo, il consumismo.
In realtà dobbiamo pure notare che da noi nessuno ti obbliga a consumare: puoi benissimo vivere spendendo pochi spiccioli, ma non mi pare che qualcuno lo voglia fare. Forse solo i pochi monaci di clausura rimasti e qualche intellettuale nostalgico della vita naturale. Bisogna considerare che, se tutti hanno il cellulare o l’auto, è perché tutti li hanno voluti. Ovviamente chi non li vuole si trova a disagio, è vero, ma questo avviene per tutti quelli che sono diversi dal comune sentire. Però nessuno ti impedisce di vivere in miseria e disagio come nell’età preindustriale, e qualcuno lo fa, come la famosa famiglia che vuole vivere nei boschi, ma è un altro discorso.
Bisogna pure considerare che il rimpianto per il buon tempo antico è una costante che ritroviamo nella storia. Si dice spesso che nel tempo passato non c’era tutto il male (alienazione, si dice) che c’è oggi nella società, ma basta leggere, non dico la storia, ma anche qualche racconto (es. I miserabili di Hugo, il naturalismo francese dell’Ottocento) per rendersi conto di come la delinquenza e la follia fossero tanto diffuse nell’età della povertà prima dell’industrializzazione. Poi, dai tempi di Cicerone, tutti a dire “o tempora, o mores”, ma è solo un’illusione smentita dai fatti.
Basta pensare alle versioni originarie delle favole come Cenerentola o Biancaneve per vedere la crudeltà e la ferocia dei tempi passati; e non mi riferisco a quelli dei Romani, che si divertivano a vedere morire i gladiatori nelle arene, ma solo a qualche generazione passata.
I rimpianti per il socialismo sono come quelli per i bei tempi di una volta, ma i fatti li smentiscono.
Per valutare il socialismo reale dobbiamo considerare un elemento fondamentale: abbiamo avuto sempre folle di persone che cercavano di fuggire da quei regimi per andare invece nell’Occidente consumistico. In Germania e in Corea abbiamo avuto due nazioni divise da una barriera; in Germania proprio un muro fisico sorvegliato da soldati, per impedire che masse di cittadini fuggissero.
Se veramente i regimi del socialismo reale fossero stati preferibili a quello del capitalismo consumistico e alienante dell’Occidente, avremmo avuto un movimento inverso. Pare però che ben pochi preferissero andare nei paesi comunisti, e chi ci voleva andare poteva andarci, ma ben pochi lo fecero.
Lo stesso discorso possiamo fare per l’antiamericanismo, ancora tuttora così diffuso, ma solo a livello teorico, perché nella realtà vera invece un po’ tutti vorrebbero andare in America: questo è l’elemento fondamentale che va considerato. Poi ci può essere anche chi preferisce la sicurezza nella povertà, ma alla prova pratica se ne vedono ben pochi.
Si potrà dire che il benessere non è poi così importante per la felicità; però farei notare che lo Stato può promuovere il benessere, ma la felicità è cosa personale. Siamo felici se la ragazza ci ha detto di sì, se nostro figlio è intelligente e così via, ma sono cose che lo Stato non può certo assicurare.
Noterei pure che il pericolo della delinquenza e delle malattie nervose (depressioni) ci sono sempre stati anche nelle società pre-capitaliste, feudali, schiaviste, ecc.; anzi, mi pare indubbio che modernamente siano diminuiti, anche se non abbiamo statistiche per il passato.
Le autocrazie di qualunque indirizzo considerano i sistemi democratici deboli e inefficienti. Questa idea ineffetti fu dominante dappertutto nella storia fino a epoca relativamente recente sul metro storico. Si era convinti della necessità assoluta che ci fosse un governo che non dipendesse dalla volontà ondeggiante della gente comune, che fosse retto da persone esperte e competenti e non da sprovveduti uomini della strada: sembrava una cosa così evidente che nessuno la metteva in dubbio.
Solo nel ‘700 si cominciò a pensare a un governo elettivo e solo alla fine dell’800 forme varie di democrazia cominciarono a prevalere in tutto l’Occidente. Tuttora le democrazie restano patrimonio comune e indiscusso del mondo occidentale, mentre nel resto del mondo sono in competizione sistemi politici democratici e autocratici: in India e Giappone, ad esempio, abbiamo democrazie abbastanza consolidate; in Cina, come in tutti i paesi arabi, sistemi decisamente autocratici.
Anche nel recente passato le democrazie sono state quasi sul punto di essere soffocate. Nel 1940 tutta l’Europa, a parte Francia, Inghilterra e paesi nordici (oltre gli USA), era divisa fra le dittature fasciste e comuniste. In ambedue i casi la giustificazione per respingere le democrazie era che queste erano troppo deboli: occorreva la dittatura del proletariato (cioè di un partito a sua volta retto da una persona singola) per fondare la società comunista e, per i fascismi, per fare grande e potente la patria.
In effetti in ambedue i casi ci sono stati fallimenti clamorosi: i fascismi sono finiti in un abisso di guerre e distruzioni, mentre il socialismo reale è crollato da solo di fronte al fallimento economico nella cosiddetta competizione pacifica.
Invece le democrazie hanno vinto le guerre contro i fascismi ed hanno raggiunto gradi di benessere (ad esempio il miracolo economico italiano) ben superiori a quelli del socialismo reale.
Allora possiamo spiegare questa evoluzione storica esaminando i sistemi politici democratici e autocratici.
A prima vista la democrazia appare come un caos inefficiente e instabile. La libertà di stampa e di espressione è un amplificatore naturale delle diversità di pensiero. Ognuno pare essere contro tutti gli altri. Come diceva Popper: “I giornali non aprono con ‘Tutto va bene’, ma con la crisi, lo scandalo, la protesta”. Il nostro spazio informativo è saturato da ciò che non funziona, ma la funzione sociale della stampa libera è proprio quella di segnalare quello che può essere un errore o, meglio, ciò che può essere fatto in un modo diverso: in questo modo le decisioni possono essere corrette e comunque errori e falsità evidenti vengono messi subito in primo piano.
Il rumore del dissenso, molto ampio, non è il segno del caos, ma il mezzo migliore per adattarsi alle realtà.
Le democrazie prosperano proprio grazie alla varietà e al conflitto, che deve però essere solo pacifico e aperto e mai trascendere nella violenza. La democrazia può essere paragonata a un mercato dove le idee, come le merci, competono e le soluzioni più efficaci tendono ad emergere dal basso, ad affermarsi così come accade nei mercati economici: i prodotti migliori e più economici mettono fuori commercio quelli meno buoni e meno economici.
Invece nei regimi illiberali autocratici non esiste il feedback negativo: mancano i segnali di difficoltà e disagio necessari a mostrare gli errori, e appare un’immagine di forza e coesione che non corrisponde alla realtà, che non tiene conto delle sue inevitabili contraddizioni e contrasti.
Ma tutta questa coesione imposta, silenziando le contraddizioni e il dissenso, è fragile e può spezzarsi all’improvviso come un vetro: così avvenne per il fascismo (diceva Churchill: in Italia vi erano 40 milioni di fascisti e poi 40 milioni di antifascisti, ma gli italiani sono sempre 40 milioni). Analogamente, dopo 70 anni in cui in URSS e nei paesi satelliti tutti credevano nel comunismo (tranne pochi dissidenti intellettuali), all’improvviso tutti si mostrarono anticomunisti.
La coesione democratica, invece, appare disordinata, ma in realtà è molto forte perché fondata sulla libera convinzione dei cittadini, sottoposti continuamente al confronto delle critiche di ogni genere.
Nelle democrazie il dissenso è superato dalla decisione della maggioranza, mentre nelle autocrazie la mancanza del dissenso fa sì che si vada al crollo improvviso appena le critiche riescono a saltare fuori, distruggendo tutta la narrazione a cui la gente si era abituata: si tace mentre si affonda.
Ovviamente le democrazie hanno i loro limiti, le proprie difficoltà.
Innanzitutto è vero che in effetti quelli che eleggono il governo sono soprattutto degli incompetenti (la famosa casalinga di Vigevano). Tuttavia queste persone votano secondo la realtà vera giornaliera, non filtrata come avviene per gli intellettuali attraverso schemi ideologici. Se la casalinga vede che la situazione evolve verso il meglio, conferma il governo in carica; se le appare invece che si vada male, allora vota per l’opposizione. Questo criterio è quanto mai efficace per giudicare veramente un’azione di un governo.
È vero comunque che in questo modo si giudica il governo dai risultati, ma questi possono dipendere e in genere dipendono soprattutto da fattori che il governo non controlla (crisi internazionali, economie mondiali ecc.). Il principio del cittadino non esperto di politica ed economia è quello del “piove, governo ladro!”.
La democrazia diventa più efficiente allora se il governo eletto rimane in carica per un congruo numero di anni e non possa essere sostituito alla prima difficoltà: in questo modo vi è maggiore possibilità, peraltro sempre relativa, che possa raggiungere i risultati senza dover continuamente, e direi giornalmente, rincorrere tutti i fatti del momento.
La stabilità del governo ha una grande importanza. Spesso poi la sua azione viene inficiata da quella che viene definita la divisione dei poteri. Se un potere è in grado di bloccare un altro senza sostituirlo, allora avremo grande difficoltà per un governo a cercare di raggiungere i propri risultati. Avviene, per esempio, in USA quando il parlamento e il presidente appartengono a partiti politici opposti (la presidenza dimezzata) e un po’ dovunque se la magistratura usa strumentalmente le proprie funzioni per contrastare una politica del governo considerata in modo negativo.