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Forza e debolezza delle democrazie

Pubblicato da : res publica : quaderni europei: maggio 2026
Le autocrazie di qualunque indirizzo considerano i sistemi democratici deboli e inefficienti. Questa idea ineffetti fu dominante dappertutto nella storia fino a epoca relativamente recente sul metro storico. Si era convinti della necessità assoluta che ci fosse un governo che non dipendesse dalla volontà ondeggiante della gente comune, che fosse retto da persone esperte e competenti e non da sprovveduti uomini della strada: sembrava una cosa così evidente che nessuno la metteva in dubbio.
Solo nel ‘700 si cominciò a pensare a un governo elettivo e solo alla fine dell’800 forme varie di democrazia cominciarono a prevalere in tutto l’Occidente. Tuttora le democrazie restano patrimonio comune e indiscusso del mondo occidentale, mentre nel resto del mondo sono in competizione sistemi politici democratici e autocratici: in India e Giappone, ad esempio, abbiamo democrazie abbastanza consolidate; in Cina, come in tutti i paesi arabi, sistemi decisamente autocratici.
Anche nel recente passato le democrazie sono state quasi sul punto di essere soffocate. Nel 1940 tutta l’Europa, a parte Francia, Inghilterra e paesi nordici (oltre gli USA), era divisa fra le dittature fasciste e comuniste. In ambedue i casi la giustificazione per respingere le democrazie era che queste erano troppo deboli: occorreva la dittatura del proletariato (cioè di un partito a sua volta retto da una persona singola) per fondare la società comunista e, per i fascismi, per fare grande e potente la patria.
In effetti in ambedue i casi ci sono stati fallimenti clamorosi: i fascismi sono finiti in un abisso di guerre e distruzioni, mentre il socialismo reale è crollato da solo di fronte al fallimento economico nella cosiddetta competizione pacifica.
Invece le democrazie hanno vinto le guerre contro i fascismi ed hanno raggiunto gradi di benessere (ad esempio il miracolo economico italiano) ben superiori a quelli del socialismo reale.
Allora possiamo spiegare questa evoluzione storica esaminando i sistemi politici democratici e autocratici.
A prima vista la democrazia appare come un caos inefficiente e instabile. La libertà di stampa e di espressione è un amplificatore naturale delle diversità di pensiero. Ognuno pare essere contro tutti gli altri. Come diceva Popper: “I giornali non aprono con ‘Tutto va bene’, ma con la crisi, lo scandalo, la protesta”. Il nostro spazio informativo è saturato da ciò che non funziona, ma la funzione sociale della stampa libera è proprio quella di segnalare quello che può essere un errore o, meglio, ciò che può essere fatto in un modo diverso: in questo modo le decisioni possono essere corrette e comunque errori e falsità evidenti vengono messi subito in primo piano.
Il rumore del dissenso, molto ampio, non è il segno del caos, ma il mezzo migliore per adattarsi alle realtà.
Le democrazie prosperano proprio grazie alla varietà e al conflitto, che deve però essere solo pacifico e aperto e mai trascendere nella violenza. La democrazia può essere paragonata a un mercato dove le idee, come le merci, competono e le soluzioni più efficaci tendono ad emergere dal basso, ad affermarsi così come accade nei mercati economici: i prodotti migliori e più economici mettono fuori commercio quelli meno buoni e meno economici.
Invece nei regimi illiberali autocratici non esiste il feedback negativo: mancano i segnali di difficoltà e disagio necessari a mostrare gli errori, e appare un’immagine di forza e coesione che non corrisponde alla realtà, che non tiene conto delle sue inevitabili contraddizioni e contrasti.
Ma tutta questa coesione imposta, silenziando le contraddizioni e il dissenso, è fragile e può spezzarsi all’improvviso come un vetro: così avvenne per il fascismo (diceva Churchill: in Italia vi erano 40 milioni di fascisti e poi 40 milioni di antifascisti, ma gli italiani sono sempre 40 milioni). Analogamente, dopo 70 anni in cui in URSS e nei paesi satelliti tutti credevano nel comunismo (tranne pochi dissidenti intellettuali), all’improvviso tutti si mostrarono anticomunisti.
La coesione democratica, invece, appare disordinata, ma in realtà è molto forte perché fondata sulla libera convinzione dei cittadini, sottoposti continuamente al confronto delle critiche di ogni genere.
Nelle democrazie il dissenso è superato dalla decisione della maggioranza, mentre nelle autocrazie la mancanza del dissenso fa sì che si vada al crollo improvviso appena le critiche riescono a saltare fuori, distruggendo tutta la narrazione a cui la gente si era abituata: si tace mentre si affonda.
Ovviamente le democrazie hanno i loro limiti, le proprie difficoltà.
Innanzitutto è vero che in effetti quelli che eleggono il governo sono soprattutto degli incompetenti (la famosa casalinga di Vigevano). Tuttavia queste persone votano secondo la realtà vera giornaliera, non filtrata come avviene per gli intellettuali attraverso schemi ideologici. Se la casalinga vede che la situazione evolve verso il meglio, conferma il governo in carica; se le appare invece che si vada male, allora vota per l’opposizione. Questo criterio è quanto mai efficace per giudicare veramente un’azione di un governo.
È vero comunque che in questo modo si giudica il governo dai risultati, ma questi possono dipendere e in genere dipendono soprattutto da fattori che il governo non controlla (crisi internazionali, economie mondiali ecc.). Il principio del cittadino non esperto di politica ed economia è quello del “piove, governo ladro!”.
La democrazia diventa più efficiente allora se il governo eletto rimane in carica per un congruo numero di anni e non possa essere sostituito alla prima difficoltà: in questo modo vi è maggiore possibilità, peraltro sempre relativa, che possa raggiungere i risultati senza dover continuamente, e direi giornalmente, rincorrere tutti i fatti del momento.
La stabilità del governo ha una grande importanza. Spesso poi la sua azione viene inficiata da quella che viene definita la divisione dei poteri. Se un potere è in grado di bloccare un altro senza sostituirlo, allora avremo grande difficoltà per un governo a cercare di raggiungere i propri risultati. Avviene, per esempio, in USA quando il parlamento e il presidente appartengono a partiti politici opposti (la presidenza dimezzata) e un po’ dovunque se la magistratura usa strumentalmente le proprie funzioni per contrastare una politica del governo considerata in modo negativo.