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Instrumentum regni

Pubblicato da : res publica : quaderni europei: marzo 2026
Il
termine latino instrumentum regni (strumento del regno) era riferito al fatto che
i governanti spesso usavano la religione per affermare il proprio potere, i
propri fini politici, ma che in realtà non erano affatto credenti, o almeno non
agivano per fini religiosi ma per fini politici e di potere.
L’espressione quindi aveva una connotazione negativa, sinonimo di una impostura,
di un inganno. Il potente invocava cioè dei principi etico-religiosi non perché
ci credesse e li volesse perseguire, ma solo strumentalmente per perseguire fini
politici e non etico-religiosi.
Tuttavia ci poniamo il problema se poi è veramente importante che il governante
creda veramente nei principi, nei fini che persegue, oppure quello che è
veramente importante sono i fini che persegue e non le motivazioni che sono alla
base della sua azione.
Restiamo ad esempio nell’ambito religioso: prendiamo ad esempio l’imperatore
Costantino. Probabilmente non era affatto cristiano o comunque ben poco
fervente, eppure con il suo editto ha aperto la strada alla vittoria definitiva
del cristianesimo. Allora è veramente importante che fosse o meno credente nel
cristianesimo, oppure quello che conta veramente è che con il suo editto si
passò dalla persecuzione al trionfo del cristianesimo?
Possiamo estendere il concetto dai fatti religiosi ai fatti politici in
generale.
Facendo un esempio del nostro momento storico: certo, non mi pare che Trump sia
un vero credente o un sostenitore dei valori tradizionali della famiglia, anzi è
chiaro che è tutt’altro; ma se la sua politica va in questa direzione ed ha
quindi l’appoggio dei settori più tradizionalisti (retrivi, se preferite) del
mondo americano, allora questa tendenza etico-politica viene rafforzata
ugualmente.
Stesso discorso possiamo fare per la nostra presidente Meloni: nei suoi discorsi
parla di famiglia tradizionale, del pericolo imminente e grave della denatalità
che minaccia la nostra stabilità demografica e quindi la sopravvivenza stessa
del nostro popolo. Ma non sembra certo che la sua condotta personale sia andata
in questa direzione.
Il problema, a nostro parere, si pone in questi termini nella moderne
democrazie: per essere eletti e poter governare occorre seguire quello che è
l’indirizzo generale prevalente della nazione, qualunque esso sia.
Alcuni politici si muovono in una tale direzione perché la condividono
sinceramente e profondamente. Altri invece non se ne importano molto, o anche
magari niente, ma si muovono solo per ambizione personale.
Ma allora ci chiediamo: è proprio importante che un politico faccia quello che
ritiene, a suo parere, giusto e bene oppure basta che quello che faccia sia
quello che gli elettori credono sia giusto e bene?
A noi pare che poi la differenza non sia tanto importante: quello che conta è
che raggiunga le mete promesse, non che le condivida veramente, perché se la
sovranità spetta al popolo, allora è la volontà del popolo che conta, non quella
di chi guida il popolo.
Possiamo dire che più che la sincerità e onestà intellettuale del politico conta
la capacità: sarebbe preferibile un politico che riesce a raggiungere i
risultati promessi anche se non li condivide, a un politico che li condivide ma
non è in grado di raggiungerli.
La santità e la politica sono cose diverse: in genere i santi non sono politici
e i politici non sono santi.