home

         english version                                                  Solo testo                                                               articolo orginale                                                                                                           

 

Instrumentum regni

 

 

 

Pubblicato da  : res publica : quaderni europei: marzo    2026 

Giovanni De Sio Cesari

www.giovannidesio.it

Il termine latino instrumentum regni (strumento del regno) era riferito al fatto che i governanti spesso usavano la religione per affermare il proprio potere, i propri fini politici, ma che in realtà non erano affatto credenti, o almeno non agivano per fini religiosi ma per fini politici e di potere.
L’espressione quindi aveva una connotazione negativa, sinonimo di una impostura, di un inganno. Il potente invocava cioè dei principi etico-religiosi non perché ci credesse e li volesse perseguire, ma solo strumentalmente per perseguire fini politici e non etico-religiosi.
Tuttavia ci poniamo il problema se poi è veramente importante che il governante creda veramente nei principi, nei fini che persegue, oppure quello che è veramente importante sono i fini che persegue e non le motivazioni che sono alla base della sua azione.
Restiamo ad esempio nell’ambito religioso: prendiamo ad esempio l’imperatore Costantino. Probabilmente non era affatto cristiano o comunque ben poco fervente, eppure con il suo editto ha aperto la strada alla vittoria definitiva del cristianesimo. Allora è veramente importante che fosse o meno credente nel cristianesimo, oppure quello che conta veramente è che con il suo editto si passò dalla persecuzione al trionfo del cristianesimo?
Possiamo estendere il concetto dai fatti religiosi ai fatti politici in generale.
Facendo un esempio del nostro momento storico: certo, non mi pare che Trump sia un vero credente o un sostenitore dei valori tradizionali della famiglia, anzi è chiaro che è tutt’altro; ma se la sua politica va in questa direzione ed ha quindi l’appoggio dei settori più tradizionalisti (retrivi, se preferite) del mondo americano, allora questa tendenza etico-politica viene rafforzata ugualmente.
Stesso discorso possiamo fare per la nostra presidente Meloni: nei suoi discorsi parla di famiglia tradizionale, del pericolo imminente e grave della denatalità che minaccia la nostra stabilità demografica e quindi la sopravvivenza stessa del nostro popolo. Ma non sembra certo che la sua condotta personale sia andata in questa direzione.
Il problema, a nostro parere, si pone in questi termini nella moderne democrazie: per essere eletti e poter governare occorre seguire quello che è l’indirizzo generale prevalente della nazione, qualunque esso sia.
Alcuni politici si muovono in una tale direzione perché la condividono sinceramente e profondamente. Altri invece non se ne importano molto, o anche magari niente, ma si muovono solo per ambizione personale.
Ma allora ci chiediamo: è proprio importante che un politico faccia quello che ritiene, a suo parere, giusto e bene oppure basta che quello che faccia sia quello che gli elettori credono sia giusto e bene?
A noi pare che poi la differenza non sia tanto importante: quello che conta è che raggiunga le mete promesse, non che le condivida veramente, perché se la sovranità spetta al popolo, allora è la volontà del popolo che conta, non quella di chi guida il popolo.
Possiamo dire che più che la sincerità e onestà intellettuale del politico conta la capacità: sarebbe preferibile un politico che riesce a raggiungere i risultati promessi anche se non li condivide, a un politico che li condivide ma non è in grado di raggiungerli.
La santità e la politica sono cose diverse: in genere i santi non sono politici e i politici non sono santi.