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Politica estera della Cina

 

Pubblicato da  In dies Info     marzo   2026

 

 

Giovanni De Sio Cesari  

www.giovannidesio.it

 
 

 

 

Alla notizia dell’attacco israelo-americano all’Iran, la Cina ha ufficialmente dichiarato la sua preoccupazione e altrettanta preoccupazione ha espresso al contrattacco iraniano che ha colpito gli stati arabi del Golfo.

All’interno di ogni stato europeo, invece, scoppiano accanite discussioni su quale posizione si debba assumere su quei fatti: ad esempio, in Italia l’opposizione attacca duramente in Parlamento perché il governo non assume una chiara posizione.

Non si tratta di un caso particolare ma di una diversa linea politica che seguono i cinesi rispetto agli occidentali.

La Cina infatti, nei suoi rapporti internazionali, si limita agli aspetti commerciali, ai rapporti fra stati e non si pone per niente il problema della linea politica che i governi seguono. Non importa se l’ordinamento sia democratico o dittatoriale, se si segue una linea laica (o atea) oppure una rigidamente religiosa, se si rispettano o meno i diritti civili: non prende posizione nemmeno di fronte ai conflitti fra gli stati.

Nel caso specifico citato non entra nel giudizio sulla politica israeliana, degli Emirati, dell’Iran: sono cose di fronte alle quali al massimo esprime preoccupazione per le conseguenze, ma non dà giudizi sulla loro validità, opportunità, giustizia.

Un tale atteggiamento ha permesso alla Cina di avere rapporti con tutti gli stati: nessuno di essi teme di essere sanzionato o discriminato per la sua linea o forma politica, né ne teme affatto un intervento.

In questo modo, in pratica, la Cina ha in buona parte sostituito gli occidentali un po’ dappertutto in quello che veniva prima definito il Terzo Mondo: in Africa, nell’Asia più povera, in America Latina.

Va però notato che le merci cinesi costano tanto meno di quelle occidentali che questa è la ragione più importante, ma anche l’atteggiamento di neutralità politica ha il suo impatto.

Gli occidentali invece giudicano il mondo intero in base ai propri parametri culturali, alla propria ideologia, considerata  quella sola vera o almeno superiore. Ogni stato viene valutato dal punto di vista della democrazia, dei diritti umani, della condizione della donna e così via.

Tutto questo pone un ostacolo ai rapporti sia commerciali che politici con tutti gli altri stati. Si impongono un po’ dappertutto sanzioni, divieti commerciali, dalla Russia all’Iran, dalla Corea al Venezuela.

La Cina non ha sanzioni invece per nessuno stato (almeno mi pare). Ma le sanzioni non danneggiano solo i paesi che ne sono vittime, ma anche quei paesi che le impongono. Se infatti si compra qualcosa da qualcuno significa che conviene: nel momento in cui questo fatto viene impedito da sanzioni il danno ricade su ambedue le nazioni, sia quella che le ha imposte sia quella a cui sono state imposte. Ad esempio è vero che le sanzioni contro il gas russo hanno danneggiato l’economia russa, ma è anche vero che hanno causato danni, forse anche maggiori, alla Germania e in genere all’Europa occidentale, che ha dovuto procurarselo a un costo tanto maggiore.

Anche però in Occidente si sta facendo strada una linea simile a quella cinese.

Gli USA: è il primo paese occidentale che pare abbia rinunciato a difendere nel mondo i valori occidentali; pare che anche essi, come la Cina, vogliano seguire il principio che ogni paese si comporti pure come meglio crede, purché non crei pericoli o danni.

Fa piacere quindi se si instaura la democrazia, ma non possiamo imporla per non incorrere in quel disastro del M.O. dei tempi dei neo-com e di Bush.

Quindi non importa che il Venezuela abbia un regime dittatoriale o democratico, ma solo che non sia ostile. Analogamente per l’Iran non importa se vuole seguire la shariah o la libertà religiosa: sono fatti loro che devono regolare fra di loro.

Quello che importa è che non vogliano distruggere Israele, visto come la punta armata dell’Occidente.

Quello che però distingue ancora la politica cinese da quella dell’America è che la prima non interviene mai a mano armata e nemmeno con sanzioni più o meno inefficaci e dannose, mentre l’America, almeno quella di Trump, usa la sua preponderante forza militare aprendo conflitti della cui durata ed esito nessuno può prevedere e impone sanzioni e dazi un po’ dovunque.

Ma Trump non è l’America: sono cose diverse. Fra qualche anno Trump non guiderà più l’America e non sappiamo chi ne prenderà il posto e quali politiche seguirà.

Forse sarebbe augurabile che il prossimo presidente segua la linea della Cina del non intervento, o forse no. Non saprei se l’assenza delle grandi potenze mondiali diminuirebbe o aumenterebbe i conflitti nel mondo.

Bisogna però anche tener conto dei diversi ordinamenti politici. La Cina è uno stato unico, retto da un potere unico. L’Occidente invece è frantumato in un gran numero di stati, ciascuno dei quali, in qualche modo, dà un accento diverso alla propria politica. Soprattutto si tratta di democrazie nelle quali il potere politico è limitato e controllato da altri istituti e soprattutto dove deve rendere conto all’opinione pubblica, che periodicamente può sostituirlo. Si pensi ad esempio alla Corte Suprema USA che ha dichiarato illegale tutta la politica dei dazi su cui si era basata la politica estera ed economica, e al fatto che Trump deve tener conto continuamente degli umori degli elettori e della sua base elettorale.

Xi Jinping diceva che in questo modo le democrazie possono solo agire su tempi brevi e non progettare un futuro per i propri paesi come invece potrebbe fare la dirigenza cinese.

In realtà le democrazie hanno una loro forza e un successo economico tanto maggiore dei sistemi totalitari proprio perché si basano sul consenso; tuttavia bisogna pure prendere atto che nei rapporti internazionali la loro azione è parecchio limitata dai propri ordinamenti.