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I fatti e il marxismo

Pubblicato da : res publica : quaderni europei dicembre 2025
Il pensiero marxiano si poneva come un pensiero scientifico, basato sui fatti e non su ideali o aspirazioni più o meno vaghe, in un contesto in cui si faceva strada l’idea che solo la scienza fosse vera conoscenza. Nel campo scientifico, se i fatti non convalidano una teoria, allora viene cambiata la teoria: i fatti storici però hanno smentito le previsioni marxiane, ma i marxisti, in modo particolare i pochi epigoni che ancora si rifanno oggi al pensiero di Marx, non accettano i fatti. Come osservava Popper ormai 80 anni fa, quando i fatti smentiscono la teoria marxiana, i marxisti, invece di cambiare la teoria, cambiano i fatti.
La non accettazione dei fatti avviene oggi soprattutto in quanto i concetti base del pensiero marxista vengono confusi, dilatati, perdono il significato che avevano storicamente: comunismo, disuguaglianza, capitalismo, democrazia e così via diventano idee incerte e vaghe.
Prima di entrare nel merito, ricordiamo che, da un punto di vista logico, ogni parola non significa quello che significa, ma quello che il parlante intende. Così, ad esempio, i bravi manzoniani del ’600 erano l’opposto del moderno significato di “bravo”; l’amore può indicare di tutto, da quello verso Dio fino al rapporto sessuale, e così via.
Ora, se noi parliamo di democrazia, comunismo, assolutismo, intendiamo quelli effettivamente realizzati: se invece diamo a questi termini significati vaghi e diversi, allora risulta molto difficile fare un discorso significativo.
Previsioni
La previsione fondamentale del pensiero marxiano era che la società capitalistica si sarebbe polarizzata sempre di più in ricchissimi (capitalisti) e poverissimi (proletari), con la sparizione della classe media, il che avrebbe necessariamente, ineluttabilmente, portato al collasso della società capitalista e quindi al comunismo, in cui “ciascuno riceveva per quanto aveva bisogno e dava per quanto poteva”. Era un processo inevitabile, scientificamente certo come l’evoluzione delle specie, come si diceva allora: era solo questione di tempo. Si poteva accelerare il processo con una rivoluzione più o meno violenta, oppure rallentarlo in modo violento con le repressioni e, ancora più efficacemente, con le false ideologie, come quella religiosa che prometteva la beatitudine in un’altra vita, sopportando e rassegnandosi alla miseria di questa vita.
In realtà i fatti hanno del tutto smentito la previsione di base del progressivo immiserimento, della povertà crescente delle masse, del dissolversi della classe media.
Nelle società rette dal capitalismo il ceto medio non è sparito, anzi è cresciuto e rappresenta la grande maggioranza della popolazione, lasciando da una parte sacche di emarginazione e di povertà, sempre presenti ma più o meno assistite, e dall’altra parte piccoli gruppi di ricchissimi definiti imprenditori (e non più capitalisti).
Nel secolo scorso vi è stata la competizione fra liberismo (capitalismo) e comunismo: il primo ha conseguito risultati di benessere estremamente superiori al secondo, con il risultato che il comunismo si è dissolto in tutto il mondo.
È un fatto chiaro ed evidente.
Il comunismo ha portato alla morte per fame di milioni di persone in Russia, in Cina e ancora di più in Cambogia.
Con le follie maoiste la Cina era una sterminata periferia di casupole; con il nuovo corso praticamente neocapitalista è divenuta una foresta di grattacieli: uno sviluppo così rapido non si era mai visto nella storia.
Allora non si cambia la teoria ma si cambiano i fatti: le colpe di questi terribili avvenimenti, così come gli orrori delle purghe staliniane, delle persecuzioni maoiste, delle stragi dei Khmer Rossi, vengono addossate ai loro nemici.
Soprattutto però si modifica il significato di comunismo: il comunismo non sarebbe più quello realizzato in una buona parte del mondo nel secolo scorso (socialismo reale), ma un modello diverso che questi regimi avrebbero tradito.
Il comunismo diventa quindi qualcosa di diverso da quello che, qualche secolo fa, tutti quelli che si dichiaravano comunisti vedevano come la meta da raggiungere: si diceva “adda veni baffone”; ricordiamo l’indimenticabile don Peppone della serie di Don Camillo.
Ora, se per comunismo noi intendiamo non quello storicamente realizzato e gli diamo caratteri fantasiosi, utopistici, è chiaro che, cambiando e ampliando il concetto, non accettiamo più i fatti reali avvenuti e quindi, come osservava Popper, invece di cambiare la teoria cambiamo i fatti.
D’altra parte basta poco per comprendere che i comunismi reali deviarono dalla linea proposta marxiana perché essa appariva chiaramente irrealizzabile e, quando si è tentato di seguirla veramente, si sono avuti i maggiori disastri (Mao e Pol Pot).
Il benessere che nel secolo scorso si è diffuso in Occidente, fra lo stupore delle popolazioni che non credevano ai propri occhi (si pensi al cosiddetto miracolo economico in Italia), lo si definiva consumismo.
Si proponeva una società austera come modello da seguire contro l’abbondanza dei prodotti, quello che comunemente viene definito benessere.
Ora, questa teoria può avere un valore dal punto di vista etico, soprattutto religioso, ma l’uscita dal bisogno, il benessere, era proprio quello che il comunismo marxista prometteva ai popoli poveri e affamati.
Capitalismo e democrazia
Negli epigoni del marxismo i significati di capitalismo e democrazia perdono il loro significato storico e diventano quindi qualcosa che, per quanto riguarda il capitalismo, è sempre presente e, per la democrazia, qualcosa che non esiste mai.
Per capitalismo indichiamo quello che intendeva Marx: il fenomeno iniziato nel ’700 per cui alcuni ricchi compravano le macchine allora inventate e quindi con queste sviluppavano sempre più la loro ricchezza, sfruttando il lavoro degli operai, ecc. ecc.
Non è una questione di merito, ma semplicemente un fatto semantico.
Se invece per capitalismo intendiamo tutte le società nelle quali esistono differenze economiche e civili fra i cittadini, allora tutte le società sono capitaliste.
Così sarebbero capitaliste sia le società liberiste che quelle comuniste, sia quelle agricole che quelle di sussistenza, magari anche quelle feudali e schiaviste. Allora il termine “capitalismo” non indica nulla di preciso e quindi anche il discorso che facciamo.
Anche in URSS e in Cina non c’era il capitalismo, ma governavano solo oligarchie.
Allora Stalin o Pol Pot, Robespierre e Carlo Magno possono essere considerati dei capitalisti.
Se poi noi allarghiamo il concetto di capitalismo fino a farlo coincidere con il male in generale, allora certamente la guerra è capitalismo, come pure il femminicidio, la prostituzione, il furto, l’omicidio e così via.
Per discutere bisognerebbe allora definire cosa si vuole intendere per capitalismo, per altro termine marxiano ormai desueto, come lo è il marxismo.
Alcuni marxisti dicono che la democrazia si ha quando si verificano certe condizioni che nella realtà non si verificano; altri possono dire che si ha democrazia quando vi è la divisione dei poteri, o non ci sono guerre, o vi è giustizia sociale, o quando ci sono tasse progressive, o se i LGBTQ non sono discriminati, ecc. ecc., e infinite altre cose.
In questo modo ognuno ha ragione e quindi nessuno ha ragione.
Per essere concludenti, invece, bisogna partire da come la democrazia è nella realtà, proporre correttivi e discuterne la positività o la negatività, e soprattutto la possibilità della loro realizzazione.
Dobbiamo intendere qualcosa che esiste realmente, ad esempio la democrazia come il sistema svedese, inglese, americano: allora avremo un discorso concludente, discutendo dei suoi limiti, dei suoi difetti, del modo in cui si potrebbe migliorare o peggiorare.
La democrazia, nella realtà, significa che i governanti vengono eletti e che, soprattutto, vi è libertà di espressione.
La misura della tassazione e le guerre sono decisioni politiche che possono essere prese democraticamente o meno.
Si tende poi a chiamare democratiche quelle decisioni politiche che noi condividiamo; per esempio, alcuni partiti si autodenominano democratici, ma tutti i partiti che partecipano alle elezioni accettano la democrazia.