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Educazione e stereotipi

 

 

Pubblicato da  Appunti settembre   2026

Giovanni De Sio Cesari

www.giovannidesio.it

 

 

 

 

Si sente spesso parlare di esperienze educative nelle quali si vuole “liberare” i bambini dai pregiudizi e dagli stereotipi diffusi nella società. Si pensa pure che così i bambini, non più condizionati, comprendano la realtà vera. Ad esempio, leggevo di una di queste esperienze in cui un bambino non diceva che nella sua classe ci fossero bianchi e neri, ma che erano tutti bambini, da cui si deduceva come i bambini non avessero pregiudizi razziali, ma comprendessero l’uguaglianza di tutti gli uomini.

Si tratta di quello che, a proposito di Montessori, si diceva “mistica del bambino”: si pensa che il bambino, nella sua semplicità, comprenda tutto, mentre l’adulto, abbagliato dai pregiudizi e dagli stereotipi, non riesca a capire.

Nel caso specifico, il bambino avrebbe compreso che tutti i bambini sono esseri umani, sono uguali al di là delle differenze razziali e culturali.

In realtà il bambino non ha affatto compreso che vi sono differenze culturali e non si è posto il problema se queste abbiano connessioni con il patrimonio genetico (razzismo). Il bambino non ha ancora acquisito le categorie mentali per inquadrare questi aspetti della realtà.

Il punto che mi pare essenziale è l’idea di un’educazione che elimini gli stereotipi (pregiudizi).

In realtà l’educazione consiste proprio nella trasmissione alle nuove generazioni della cultura (mentalità) della società a cui appartengono, cioè in effetti di un insieme di pregiudizi che sono parametri necessari per inquadrare la realtà.

Così noi, in Occidente, insegniamo ai nostri figli che la guerra è male, è contro Dio per i credenti (come proclama il Papa), mentre in M.O. si parla di guerre sante (jihad), nelle quali chi muore dando testimonianza di fede (shahada) va in paradiso. Mi ha colpito il fatto (riferito da un giornalista) che alcuni bambini di Gaza dicano che vorrebbero morire per sottrarsi a quell’inferno terreno e andare in paradiso. Ma anche da noi vi era il “Deus vult” dei crociati e delle guerre sante contro gli eretici.

In particolare si pensa all’educazione sessuale (e del ruolo della donna) come al superamento degli stereotipi patriarcali.

Ma se è un pregiudizio pensare alla donna come casalinga, è altrettanto un pregiudizio pensarla come ingegnere o soldato. Si tratta di due stereotipi opposti e ciascuno poi può pensare a quello migliore.

Analogamente, una donna può andare in bikini o deve mettere il velo? Sono ambedue pregiudizi, ma il mondo non può essere compreso senza di essi.

Andando a un altro esempio, si spiega al bambino che tradire il coniuge è un male; tuttavia si può fare senza che si sia incolpati. Si riferisce che un bambino abbia capito subito, dicendo che allora si può pure restare amici con il coniuge infedele. Ma, a parte il fatto che mi pare pur sempre una contraddizione dire che è male e che si può fare, io osserverei soprattutto che il problema della fedeltà sessuale è ben poco adatto alla comprensione di un bambino.

Ma, a prescindere da questi aspetti pedagogici, è un modo di pensare che mi ricorda, ad esempio, la serie TV L’amica geniale, che ho seguito con molto interesse per la sua descrizione storica degli ultimi tempi. Vi si vede che la protagonista, una notte, esce dal letto del marito per infilarsi in quello di un altro, con il quale poi in seguito va via. Eppure questo fatto non viene presentato come una cosa vergognosa, un’infamia si direbbe, ma quasi come un diritto di realizzare se stessa.

Si diceva che una donna non deve dire “sono tua” al suo uomo, ma deve dire “sono mia”, cioè “sono padrona del mio corpo e di me stessa”. Ma mi domando se sia invece più conforme alla natura profonda di una donna sentirsi tutta e solo di un solo uomo.

In realtà vi è un principio di libertà sessuale, per cui, quando si sente attrazione per qualcuno, si può (o si deve) seguirla. Qualcuno dice che così si è se stessi (e bisogna esserlo).

Altri dicono invece che l’amore è finalizzato alla continuità della vita e che per essa occorre la fedeltà di coppia, che quindi è cosa sacra. Per alcuni è più importante per la donna, per altri è di uguale importanza.

Si tratta sempre di pregiudizi con cui noi inquadriamo la realtà: una donna che va con chiunque le piaccia è una puttana o una donna libera?

Ma possiamo pensare veramente che un bambino possa fare una scelta fra le due interpretazioni?

Ogni civiltà, ogni movimento vuole creare un nuovo modello di uomo soprattutto attraverso l’educazione dei bambini. Il risultato non può essere completo, ma certo noi cambiamo. Non solo siamo tanto diversi dagli antichi romani (si pensi agli spettacoli gladiatori), ma anche dai nostri padri e nonni (si pensi alla verginità delle spose).

Certo però l’uomo è sempre l’uomo: i caratteri fondamentali non possono cambiare, ma solo realizzarsi in modi diversi.

In conclusione bisogna intendersi su cosa intendiamo per pregiudizio. Il problema è che essi non siano immodificabili, ma soggetti a critica e scelta. Ma certo è difficile pensare che un bambino possa farlo. Si può veramente pensare che un bambino sia in grado di discutere sul pudore femminile o sulla necessità della guerra, o sul rapporto fra genetica e cultura? Certamente no: non è pensabile affrontare tali problemi con un bambino con un approccio critico, che è la differenza fra pregiudizio rigido e pregiudizio soggetto a critica.

L’educazione quindi è la trasmissione della cultura (cioè dei pregiudizi) della società a cui si appartiene.