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Pacifismo e guerre

Pubblicato da https://www.americacallsitaly.org/ 25 luglio 2026
Indubbiamente tutti vogliamo la pace e abbiamo orrore per la guerra; eppure le guerre ci sono sempre. Ci sono sempre state, forse ci saranno sempre.
Come si spiega questo paradosso?
Innanzitutto noi moderni occidentali siamo contro la guerra, ma non sempre la guerra è apparsa cosa orrenda e, nella storia, tanto spesso la guerra è stata considerata un mezzo principale per l'affermazione. Non consideriamo solo i popoli primitivi e barbari, in cui l'attività fondamentale degli uomini era la guerra, come gli Unni, i Vichinghi, i Mongoli o anche i pellerossa d'America, in continue lotte sanguinose fra le tribù. Ma anche le civiltà si sono affermate e sviluppate soprattutto con le guerre. Pensiamo agli imperi dell'antichità, come i cinesi, gli indiani e le prime civiltà mediterranee, e poi all'impero greco fondato da Alessandro Magno e soprattutto a quello romano che, in secoli quasi ininterrotti di guerre, unificò tutto il bacino del Mediterraneo, che era il mondo allora conosciuto.
Possiamo dire che la civiltà, purtroppo, si è sviluppata attraverso le guerre, e non solo nell'antichità: anche gli imperi coloniali europei delle scoperte geografiche e poi dell'800 seguirono le stesse linee. Tuttavia, attualmente, almeno noi europei respingiamo la guerra e vogliamo la pace.
Se pensiamo che la pace sia una cosa buona, allora il nostro mondo è migliore di quello del passato, ma le guerre, come dicevamo, continuano.
La spiegazione fondamentale è che, per essere in pace, bisogna essere tutti d'accordo; per fare la guerra basta uno solo. E questo significa pure che anche chi non vuole la guerra deve prepararsi e armarsi per essa; anzi, secondo il detto romano, proprio se si vuole la pace bisogna prepararsi alla guerra, perché in questo modo si scoraggia l'eventuale invasore.
In tempi moderni si è cercato di codificare il principio che chi inizia una guerra (aggressore) fa qualcosa di illegale che la comunità internazionale dovrebbe condannare e soprattutto impedire. Ovviamente, come impedirlo se non scendendo in guerra? E quindi la proibizione della guerra significa che si fa guerra.
Ma, a prescindere da questa contraddizione, come si fa a distinguere l'aggressore dall'aggredito?
Quando si parla di aggressioni, di confini, di Stati, noi ci riferiamo al mondo com'è nel momento in cui siamo.
Ma nel mondo i confini e gli Stati cambiano continuamente nella storia. Ad esempio, nelle nostre guerre d'indipendenza noi abbiamo aggredito l'Austria, strappandole dei territori; gli ebrei hanno cacciato dalle loro terre gli arabi; i greci sono stati espulsi dal sud dell'Anatolia, dove vivevano dagli albori della storia; i tedeschi dai Sudeti, e così via. Allora sarebbe possibile ritornare al passato? Magari gli indiani potrebbero riprendersi le sconfinate praterie, cacciandone i visi pallidi?
In sostanza, il mondo e i confini, così come sono, diventano intoccabili per il diritto internazionale, ma non lo sono per la realtà politica.
La distinzione fra aggressore e aggredito mi pare semplicistica e formale.
Ad esempio, nelle guerre d'indipendenza italiane eravamo noi gli aggressori? Certamente, eppure consideriamo quei fatti come giusti e gloriosi.
Ora l'Iran (i fondamentalisti islamici) vede in Israele la punta avanzata dell'Occidente miscredente contro i credenti e proclama la Jihad contro il grande e i piccoli Satana: sono gli americani e gli israeliani gli aggressori?
In realtà, quando c'è un conflitto, si è nel giusto e nella colpa secondo la parte politica da cui si giudica: i garibaldini erano dei puri eroi per i liberali, una banda di briganti per i sostenitori dei Borboni (soprattutto per i cafoni).
Si parla spesso di pace giusta, ma il giusto dipende da un certo punto di vista e, se vi è una guerra, è proprio perché le due parti hanno punti di vista e interpretazioni dei fatti opposti.
Ad esempio, per la guerra in Ucraina la pace giusta per gli ucraini (e i sostenitori europei) sarebbe il ritiro della Russia e magari le riparazioni di guerra; ma per i russi giusto sarebbe l'annessione dei territori abitati da russofoni e la neutralità dell'Ucraina, in modo che la NATO non costituisse una minaccia esistenziale.
Analogamente, per Hamas e i sostenitori sarebbe giusta la distruzione di Israele, considerato invasore e punta avanzata degli infedeli contro il mondo dei credenti. Ma per gli israeliani e gli occidentali, loro sostenitori, sarebbe invece pace giusta il riconoscimento pieno e sincero dell'esistenza di Israele.
Analogamente appariva giusta l'appartenenza del Lombardo-Veneto all'Austria per chi sosteneva il principio di legittimità, mentre per i patrioti era giusto che si unisse al resto dell'Italia in base al principio di nazionalità.
Il giusto dipendeva cioè dal principio in base a cui si giudicava: nel caso specifico quello di legittimità o di nazionalità.
Al concetto di guerra giusta io sostituirei quello di guerra necessaria. Certo, Israele, se minacciata nella sua esistenza, non può che combattere per non essere distrutta: non si tratta di dire se è nella giustizia o nell'ingiustizia, che, come dicevamo, dipende dai valori assunti, ma dal fatto che non si può fare altrimenti.
Così, di fronte all'attacco della Germania nazista, specie nei paesi slavi, non si poteva che combattere per non essere asserviti.
Nella II G.M. furono Inghilterra e Francia a dichiarare guerra alla Germania, che in Polonia aveva "liberato" i tedeschi del Baltico dai polacchi. Eppure tutti, giustamente, dicono che gli aggressori furono i tedeschi.
Direi soprattutto che ci vuole moderazione e senso della realtà.
Ad esempio, mi pare del tutto evidente che, nel momento attuale, Israele non può essere distrutta: perché allora continuare in sterili attacchi come il 7 ottobre e tanti infiniti attentati? Sarebbe bene prendere atto che Israele esiste.
Così la guerra in Ucraina sembra una follia, perché appare chiaro che nessuno dei due riesce a vincere: perché allora non fermarsi?
Accade allora, a mio parere, che, una volta iniziata una guerra con tante immani distruzioni e tanti morti, la classe politica può giustificarli solo con la vittoria: Putin non può dire che l'operazione che ha promosso, che ha fatto morire tanta gente, è stata inutile, ma deve proclamare una vittoria, e lo stesso discorso vale per l'Ucraina.
Insomma, bisognerebbe saper perdere e saper vincere.
Nel '43 era chiaro che la Germania aveva perso la guerra, ma si continuò, con milioni e milioni di morti, una guerra ormai inutile.
Lo stesso avvenne per il Giappone, che minacciava di uccidere milioni di soldati americani se questi fossero sbarcati sul Giappone (come a Okinawa): gli americani lanciarono la bomba atomica.
Quando la Germania e il Giappone si arresero, gli americani li aiutarono a riprendersi e li lasciarono indipendenti: così il nazionalismo è stato sconfitto, divennero alleati e la guerra non si è più ripetuta.