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La famiglia nel bosco

 

 

Pubblicato da  Appunti luglio  2025

Giovanni De Sio Cesari

www.giovannidesio.it

 

La famiglia nel bosco

Grande scalpore e infinite polemiche ha suscitato il caso comunemente detto della famiglia del bosco. Una famiglia composta da due genitori e tre figli ha deciso di vivere in un casolare senza tutte le comodità e le abitudini ormai diffuse nei nostri paesi e di cui, in genere, non riusciamo a fare a meno: cellulari, televisori, elettricità e perfino l’acqua calda da scaldabagno, e così via.

Si vive quindi a contatto con la natura, come qualche secolo fa, nella convinzione che la società moderna sia alienante, che non realizzi veramente l’umanità che è in noi e quindi ci renda infelici. Convinzioni del genere sono abbastanza diffuse nella nostra società e ripetute di continuo da molti intellettuali; diciamo che sono almeno alla moda. Tuttavia tali convinzioni restano solo su un livello astratto, puramente teorico, perché poi nessuno di quelli che le sostengono rinuncia veramente a tutti quei mezzi e comodità di cui godiamo. La famiglia del bosco è stata coerente, invece, e i genitori hanno ritenuto che, per la felicità e per lo sviluppo vero, umano, dei figli, si dovesse rinunciare a tanta alienazione e vivere veramente in un mondo che essi ritengono naturale, che permetta l’autorealizzazione. A un certo punto, su segnalazione dei servizi sociali, è intervenuta la magistratura, che ha decretato che questo modo di vivere era lesivo dei diritti dei bambini e, dopo alterne vicende, si è giunti perfino alla sottrazione dei bambini ai loro genitori e al loro affidamento a strutture educative.

Il problema che si è posto è quindi fino a che punto l’educazione dei figli spetti alla famiglia. In genere si interviene quando i genitori maltrattano i propri figli o non se ne prendono cura, ma qui il caso è del tutto diverso: nessuno dubita dell’affetto e delle premurose cure che essi hanno sempre avuto per i loro adorati piccoli.

Il problema diventa dunque se una tale educazione possa essere pregiudizievole per l’avvenire dei bambini.

In questa sede non esaminiamo il caso in sé né dal punto di vista giuridico e nemmeno da quello umano, ma cerchiamo di esaminare la problematica che esso rappresenta.

Ma in cosa consiste questa educazione del bosco?

A prima vista il nostro pensiero va all’educazione dell’Emilio proposta da Rousseau qualche secolo fa e che fu poi ripresa a modello dall’Attivismo Pedagogico agli inizi del ’900 e comunque richiamata anche nella pedagogia di oggi. Rousseau proponeva che il bambino fosse allontanato dalla società del suo tempo, considerata corrotta e decadente, per affermare invece uno sviluppo educativo secondo la natura del bambino. In realtà nessuna corrente educativa ha mai seguito il modello dell’Emilio di Rousseau, chiaramente impossibile. Tuttavia si è fatto riferimento al concetto che il bambino non debba essere passivo nell’apprendimento e seguire pedissequamente quanto l’educatore gli impone, perché tutto questo porta all’inefficacia del processo educativo stesso. Una volta uscito dalla scuola si abbandona tutto quello che è stato insegnato. Invece, se il bambino è attivo, cioè scopre in qualche modo i principi, i valori, il senso della vita, allora tutto questo risulterà veramente efficace perché formerà davvero la sua personalità.

Tuttavia dobbiamo pure renderci conto che quello che il bambino impara, passivamente o attivamente, è pur sempre quello che la nostra civiltà considera vero e giusto. Se lasciamo che il bambino segua veramente i suoi propri impulsi avremo un selvaggio con scarse capacità intellettive.

Si sa che, se un bambino viene abbandonato, magari nella foresta, alla fine diviene un handicappato, anche se geneticamente intelligente, perché le nostre capacità empiriche e razionali si sviluppano secondo gli insegnamenti della società, senza i quali non ci si sviluppa: il mito di Tarzan è del tutto infondato. La nostra natura è infatti quella di vivere nella società, il cui modello non è fisso ma cambia nel tempo e nello spazio. Gli animali seguono ciecamente i loro istinti e i genitori, a volte ma non sempre, non fanno che aiutarli a svilupparli (ad esempio il volo degli uccelli). Ma l’uomo ha degli istinti fondamentali, direi meglio delle tendenze naturali, ma le attua secondo il contesto culturale e civile in cui si trova a vivere. Certo, noi umani abbiamo l’istinto della riproduzione, della ricerca del cibo, del benessere in ogni campo e così via. Ma per l’uomo non esiste, come per gli animali, un unico modo per attuarli. Non esiste un solo modello di famiglia: vi sono quelle poligamiche e le monogamiche, i ruoli maschili e femminili sono diversi, i rapporti fra i coniugi variano moltissimo e si passa da un’assoluta subordinazione delle donne alla parità dei sessi. Così avviene per il cibo: se i primitivi si limitavano alla raccolta in natura, poi si è passati all’agricoltura, alla pastorizia e attualmente ormai anche la produzione del cibo è a livello industriale. Così cerchiamo il benessere, la salute, la sicurezza, il divertimento anche, ma tutto questo è realizzato in modo molto diverso. Se i bambini di una volta giocavano alla campana, adesso soprattutto si gioca a livello informatico.

È vero quindi che l’educazione è ex ducere, cioè portare fuori, realizzare la natura umana, ma questo avviene secondo la cultura della società.

L’ideale che muove però l’educazione della famiglia del bosco non è propriamente lasciare che i bambini operino come sentono liberamente, ma è sostanziato dal rifiuto della nostra società, rifiuto che, come dicevamo, è diffuso, anche se solo a livello teorico (direi forse meglio: solo a parole).

Pare invece che quei genitori prendano il rifiuto con serietà e coerenza. Nasce allora il problema che ci pare quello essenziale di questa vicenda. È vero che i genitori sono responsabili dell’educazione dei figli, ma questo principio ha pure dei limiti. Ad esempio, possiamo permettere che i genitori educhino i figli alla delinquenza, al furto, alla violenza? Possiamo permettere che venga loro insegnata la promiscuità sessuale, magari la pedofilia?

La risposta è negativa, anche se poi i mezzi di intervento reale sono sempre molto limitati.

Ma nel caso in questione ci chiediamo: se dei bambini vengono educati a vivere in una società del bosco che in sostanza non esiste più, allora diventeranno forse dei disadattati, degli emarginati, nella società che esiste realmente e nella quale dovranno vivere?

Non ci poniamo il problema se la nostra società sia alienazione e male, è un’opinione legittima, ma se possiamo educare dei bambini a non vivere in quella società di cui sono parte, comunque noi poi la giudichiamo.

L’educazione è in fondo la trasmissione di valori, di convinzioni, del modo di vivere corrente che prepara le nuove generazioni a vivere in essa. Certo, si può contestarla, anzi in qualche modo si deve contestare: tutto il progresso dell’umanità deriva proprio da una tale contestazione. Ma è possibile che a contestarla, a rifiutare lo stile di vita, siano i bambini? Noi crediamo di no: essa può essere opera delle persone adulte, consapevoli della complessità e dei problemi che essi pongono. Anche gli adolescenti contestano sempre, perché è il modo di crearsi una propria personalità, proprie convinzioni. Ma a nostro parere non può essere portato a livello di educazione infantile. Se insegniamo ai nostri bambini che la nostra società è male, noi imponiamo loro dei nostri personali convincimenti e non quelli che caratterizzano la nostra epoca, il nostro mondo. Certo, occorre pure che il bambino non sia passivo, che sia critico, ma innanzi tutto deve conoscere ciò che critica, il che significa che deve prima comprendere la cultura nella quale è nato, che poi potrà criticare, modificare e magari rovesciare.

Facendo un esempio, io posso pure pensare che il valore militare sia la realizzazione della natura propria dell’uomo, come avveniva nella cultura spartana, ma non posso inculcare questa idea in bambini nati nella nostra età, epoca in cui tutti rifiutano la guerra come cosa brutta da evitare il più possibile. Magari poi, fattisi maturi, quei bambini potrebbero rivalutare la guerra; tutto è possibile (noi speriamo di no).