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Scienza e fede

Pubblicato da IL RIFLETTERE organo della AIAC .CLI maggio 2026
In età positivistica si affermò l’idea che solo la scienza può dare vere conoscenze. Poiché non è possibile dimostrare l’esistenza di Dio attraverso un vero e proprio processo scientifico, e tanto meno dimostrare i dogmi e i principi etici della religione, allora bisogna concludere che la fede religiosa non è vera conoscenza.
L’idea, benché superata dalla concezione stessa della scienza, si mantiene ancora nei nostri tempi: molti pensano che bisogna credere nella scienza perché dimostrabile e non nella religione perché non può essere dimostrata scientificamente.
In realtà, però, mi pare evidente che non si possano contrapporre scienza e fede.
La scienza mostra delle verità che sono considerate tali finché corrispondono agli esperimenti e, ad esempio, l’acqua è H₂O fino a che non venga falsificato. Ma solo pochissime persone (scienziati nei vari campi) possono sperimentare, e i loro risultati vengono accettati da tutti. Mi può sembrare strano che l’acqua sia formata da due gas, ma certo non lo metto in dubbio. Negli ultimi secoli la scienza è stata alla base di tante invenzioni che hanno cambiato profondamente tutta la nostra vita.
Ma se noi accettiamo passivamente le verità scientifiche, uguali per tutti, elaboriamo poi un nostro modo di vedere la realtà nei campi etici, politici, artistici, in base al quale poi viviamo e talvolta moriamo. Siamo tutti diversi e cambiamo nel tempo nel nostro modo di pensare, nelle verità umane in cui confidiamo. Così concepiamo l’amore, l’educazione dei figli, l’organizzazione politica, l’arte moderna e antica e infinite altre cose che guidano la nostra vita: tutta la nostra vita è segnata, regolata e diretta dalle concezioni che noi abbiamo della realtà che NON sono scientifiche.
In questo ambito si pone la concezione religiosa: ci sono miliardi di persone che credono in Dio e miliardi che non ci credono. Non possiamo pensare che questi miliardi di persone, dell’uno o dell’altro campo, siano tutte stupide e sciocche.
Tuttavia si può fare un’obiezione che mi pare non banale. Le concezioni del campo umano sono nostre interpretazioni, o meglio organizzazioni, della realtà e quindi esse possono variare secondo i tempi e i luoghi, insomma secondo la civiltà in cui vengono elaborate.
Ma l’esistenza di Dio è un fatto oggettivo, vero o falso per sempre, che non dipende dall’interpretazione personale. Allora sorge spontanea la domanda: perché Dio non si mostra apertamente, in modo che noi uomini non potremmo più dubitare della sua esistenza?
Al fatto che Dio non si mostra è stata data questa risposta: se Dio si mostrasse, l’uomo non sarebbe più libero; Dio invece ci ha creati liberi e siamo noi che scegliamo. Si pensa pure che la scelta non dipenda tanto dalla ragione quanto dalla moralità: si dice che per credere in Dio non bisogna aggiungere prove a prove, ma liberarsi dai nostri vizi.
Se Dio apparisse apertamente davanti a noi, chi oserebbe disobbedire? Chi potrebbe mai commettere peccato al cospetto di Dio?
Noterei pure che alla fine l’esistenza di un essere superiore che ha creato il mondo può essere considerata pure un fatto logicamente indubitabile. Nulla esiste senza che sia cominciato e quindi occorre postulare un essere che esiste in assoluto, che è eterno e immutabile, che noi chiamiamo Dio.
Tuttavia, pure accettando questo argomento (che non tutti comunque accettano), dobbiamo notare però che limitarci a pensare che esiste una causa prima dell’universo (che possiamo chiamare Dio) ha scarsa importanza nella nostra vita: è come parlare del Big Bang. Quello che invece può determinare tutta la nostra vita è pensare che questo essere superiore si occupi di noi.
In sostanza, essere religiosi significa credere nell’intervento divino, non solo nella sua esistenza. E l’intervento divino non appare chiaramente quando noi vediamo continuamente il male trionfare sul bene, le disgrazie colpire gli innocenti e la fortuna premiare i malvagi.
Bisogna allora pensare che il vero premio e il vero castigo non sono su questa terra ma in un’altra vita, quella eterna, ma ciò comporta una scelta personale che non tutti sono disposti a fare.