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La morale naturale

Pubblicato da IL RIFLETTERE organo della AIAC .CLI maggio 2026
Nel mondo di oggi noi siamo portati quasi a far coincidere la morale proposta dal cristianesimo, dalla Chiesa cattolica, con quella del rapporto fra i sessi. In realtà non è affatto così. Nei Vangeli non si parla dei rapporti sessuali, tranne in due casi in cui Gesù, fra lo stupore dei suoi seguaci, parla con prostitute per indicare loro il perdono.
Il messaggio proprio del cristianesimo è un altro: lo troviamo nelle Beatitudini (“Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati; beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia...”), nelle opere di misericordia (“Dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati...”).
Per quanto riguarda invece i rapporti fra i sessi, le regole sono quelle comunemente accettate a quei tempi, e non solo allora, ma quasi universalmente in tutte le civiltà, sia pure con delle variazioni pure significative. È vero, per esempio, che nel famoso brano di S. Paolo si parla dell’amore coniugale (“siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti”), ma con accenti nuovi, di sentimenti sublimati dal paragone con quelli mistici di Cristo con la Chiesa: in sostanza, però, si ripetono quelli che anche a quei tempi sembravano naturali e giusti.
Pertanto la Chiesa cattolica, nel momento in cui propone la morale sessuale da seguire, non si rifà a precetti evangelici, d’altra parte molto scarsi, ma a una morale che viene indicata come “secondo natura”, che non è solo quella dei tempi di Gesù ma praticamente di tutte le civiltà del passato, sia pure con accenti diversi.
Solo in epoca recente certi principi sono apparsi da superare e si è arrivati a quella che viene definita libertà sessuale. Si è affermata l’idea per cui si possono avere rapporti intimi quando si vuole, al di fuori di rigide regole sociali: in estrema sintesi, i rapporti sessuali non sono leciti solo nelle unioni matrimoniali, ma anche al di fuori di esse.
Così, ad esempio, la verginità femminile, che è stata da sempre il requisito indispensabile delle spose, ormai appare quasi un fatto patologico.
Ma in realtà le regole che da sempre sono state sentite come ovvie hanno una loro ragion d’essere sul piano della natura. Consideriamo il matrimonio: esso è l’istituto che ha per fine fondamentale la funzione più importante di ogni essere vivente, la trasmissione della vita. Ora, nella specie umana la riproduzione ha caratteri diversi da quella degli animali. Infatti gli animali hanno una generazione alla volta: quando i figli sono abbastanza maturi (in genere in grado di procreare anch’essi), il rapporto parentale viene interrotto e si ha la possibilità di una nuova generazione.
Nella specie umana, invece, il rapporto dura tutta la vita, perché il tempo per maturare i nuovi nati è lunghissimo: noi soli fra tutti gli esseri diventiamo nonni. Siamo genitori e figli per sempre, ma si instaura pure un rapporto, spesso molto intenso, con i figli dei nostri figli. Perché si possa affermare tutto questo, la coppia deve restare unita non solo per il periodo della procreazione, ma per tutta la vita, perché il ruolo genitoriale (e poi quello dei nonni) dura tutta la vita.
È vero che in casi particolari si potrebbe anche sciogliere il matrimonio (divorzio o separazione), ma si tratta sempre di un caso, diciamo, eccezionale, cioè di un fallimento del matrimonio stesso.
D’altra parte la fedeltà dei coniugi è il presupposto necessario alla loro funzione: infatti ambedue sono necessari all’allevamento e all’educazione della prole, la donna magari più direttamente e il padre magari più concentrato sul mantenimento della famiglia.
In particolare la fedeltà femminile è considerata più importante (ma non secondo la morale cristiana), perché dà la certezza della paternità: mater semper certa; ma si è sicuri della paternità sulla fiducia che si ha nella moglie.
Nel mondo del libero amore la famiglia in grado veramente di educare e allevare figli entra in crisi. I bambini hanno bisogno di madre e padre: se si scioglie la famiglia è un trauma continuo.
Le unioni di fatto, ora tanto in moda al posto di quelle unite da formale matrimonio, possono sciogliersi in qualunque momento, appena uno dei due coniugi pensa di essersene stufato o di essere attratto da altra persona. Allora perché non esercitare la propria libertà e andarsene per i fatti propri, lasciando l’altro coniuge libero di fare altrettanto?
Cosa non tanto semplice, ma drammatica per i figli e anche per i genitori.
E poi il rapporto con l’altro coniuge, se unico nella vita, dà un imprinting, un valore, una forza che non si ha più se si è stati con tanti altri: non è più il MIO uomo, la MIA donna, se di donne o uomini se ne sono avuti tanti.
Tutto questo disordine porta al fatto che l’esistenza dei figli diventa una difficoltà, un ostacolo a quella che viene definita la nostra libertà.
Allora pensiamo anche a un altro problema su cui l’attenzione generale è molto poca: la denatalità. Ormai le nostre società avanzate e prospere sono afflitte da questo fenomeno. Ora, se in media ogni donna ha due figli, la popolazione si mantiene a livelli stabili; ma se invece si arriva ad avere un solo figlio, la denatalità aumenta drammaticamente. Si tratta di una progressione geometrica, non aritmetica: in una sola generazione la popolazione si dimezza, in due diventa un quarto, in tre generazioni un ottavo. Praticamente, in cento anni sparisce quasi del tutto.
È questo il destino verso cui precipita il nostro mondo, malgrado le tante conquiste tecniche e il nostro benessere.
Speriamo che non avvenga, ma la natura ha le sue leggi: se non le seguiamo, siamo destinati a essere sostituiti da altre etnie.
E d’altra parte, se la genitorialità è la nostra esigenza fondamentale, potremo essere poi veramente felici se non la realizziamo? Quante donne, arrivate vicino alla menopausa, si affrettano ad avere comunque e in qualunque modo un figlio, perché l’istinto materno è superiore a ogni altra esigenza.