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Celebrazione del 25 aprile


 

 

Pubblicato da  Appunti maggio  2025

Giovanni De Sio Cesari

www.giovannidesio.it

 

 

 

Anche quest’anno, praticamente come ogni anno, le manifestazioni della festa nazionale del 25 aprile sono state segnate qua e là da disordini e scontri: un fatto che non si riscontra nelle feste nazionali degli altri paesi e che viene a contrapporsi al concetto stesso di festa nazionale, cioè della intera nazione.

In particolare è accaduto che i rappresentanti della brigata ebraica sono scesi sventolando bandiere israeliane e anche, pare, un ritratto di Netanyahu, suscitando forti reazioni, specie dalla parte più di sinistra dei manifestanti inclini al Pro Pal. Effettivamente portare nella festa nazionale simboli del governo israeliano, che in questo momento sta portando avanti una politica militare sanguinosa, non pare molto opportuno; anzi, direi che suona in forte contrasto con lo spirito di una festa nazionale. A prescindere dal giudizio che ciascuno di noi può dare sull’attuale politica israeliana, è un fatto obiettivo che essa incontra l’opposizione, anzi direi lo sdegno, della maggior parte della nazione e poco si concilia con lo spirito della ricorrenza.

A un certo punto i rappresentanti ebraici sono stati costretti dalla polizia a farsi da parte e allora si è parlato di antisemitismo: stranamente la celebrazione della vittoria sul fascismo viene accusata di essere intrisa di antisemitismo, che è universalmente considerato l’aspetto più nefasto del nazi-fascismo.

A prescindere dai casi particolari, il problema che si pone è perché una festa nazionale, che dovrebbe unire tutti gli italiani, finisce sempre con divisioni e scontri fra italiani.

Ad esempio, se noi consideriamo in Francia l’anniversario della presa della Bastiglia, non si è mai sentito che ci siano stati dei disordini, così come in USA per la festa dell’indipendenza del 4 luglio, e ancora il Thanksgiving Day di novembre abbia dato adito a contrasti e scontri, mentre invece questi fatti avvengono solo in Italia, a quanto sembra.

La spiegazione, a nostro parere, è il modo in cui viene considerata la ricorrenza. Se si tratta di festa nazionale, non è in discussione la realtà storica del fatto ricordato, ma esso assume il simbolo, un emblema della nazione. Se si celebra la presa della Bastiglia, non si considera la realtà storica, nella quale certo non fu un avvenimento condiviso da tutti i francesi del tempo, ma anzi uno scontro violento, sanguinoso, in seguito segnato da stragi e repressioni (si pensi al Terrore di Robespierre o alla repressione della Vandea). Così l’indipendenza americana fu anche l’esito di una guerra civile (un aspettostorico che viene praticamente disconosciuto). Anche per la festa del ringraziamento ci si rifà a un fatto che è divenuto simbolico, ben diverso dalla realtà storica. A prescindere che non c’era sulle mense il tacchino, elemento essenziale oggi della festa, la ricorrenza fu portata avanti dopo la guerra civile americana come manifestazione dello spirito religioso del Nord (dei Padri Pellegrini) in opposizione alla schiavitù dei neri nel Sud.

Ma tutto questo viene ignorato e Nord e Sud festeggiano ugualmente.

Un simbolo è cosa diversa dalla realtà effettiva: se diciamo che un uomo è un leone non intendiamo certo che sia un felino.

Anche noi in Italia abbiamo tante piazze del Plebiscito che ricordano l’annessione al Regno d’Italia, che non fu storicamente proprio una manifestazione di volontà plebiscitaria: si pensi all’esplodere del brigantaggio meridionale. Abbiamo strade intitolate a Mazzini e Cavour senza che nessuno pensi che questi due personaggi avevano ben poco in comune e che l’Italia che nacque dall’opera di Cavour fu cosa ben diversa da quella sognata da Mazzini.

In Italia la Liberazione del 25 aprile, invece, non è divenuta un simbolo più o meno staccato dalla realtà storica, ma mantiene un riferimento a un fatto storico che viene, peraltro, interpretato diversamente dalle parti politiche.

Viene considerata la nascita della democrazia, ma poi si fa notare che la componente più forte del movimento partigiano era quella comunista, che aveva allora in mente un modello sovietico staliniano (“adda venì baffone”), quanto mai lontano dalla democrazia rappresentativa che poi si affermò. Si pensi soprattutto che una parte dei manifestanti ritiene che la destra attuale, in questo momento al governo, sia in fondo figlia del fascismo. Ma se una parte degli italiani, addirittura in questo momento in maggioranza sia pure lieve, non condivide gli ideali della Resistenza, allora non potremmo più considerare il 25 aprile festa nazionale, che appunto è festa di TUTTA la nazione e non di una parte di essa.

Il considerare allora il 25 aprile come un avvenimento storico ancora in divenire, attuale, come tutti i discorsi retorici in quel giorno ripetono, significherebbe togliere a quella ricorrenza il valore simbolico che una festa nazionale deve avere, così come avviene per la presa della Bastiglia, della dichiarazione di indipendenza e del ringraziamento per gli americani.

Se insomma diciamo “ora è sempre Resistenza”, allora consideriamo che una parte degli italiani combatte contro un’altra parte degli italiani e quindi non è possibile che tutti gli italiani si riconoscano in essa.

Da qui il fatto che essa diviene un’occasione di scontro e non di unione nazionale, come invece ogni festa nazionale dovrebbe essere.

Facendo un esempio: il Natale è una festa religiosa cristiana, certamente; tuttavia anche chi non è credente la celebra ugualmente perché essa ha messo da parte il suo significato originale religioso ed è divenuta la festa della famiglia, diciamo soprattutto dei bambini, come la continuazione della vita, delle generazioni che si incontrano, e tutti ne sentono il fascino.

Se noi considerassimo il Natale solo da un punto di vista religioso, noi non avremmo più una festa di tutti, ma solo un’occasione in cui credenti e miscredenti si scontrerebbero sul fatto se la nascita di Gesù sia solo una invenzione leggendaria o se veramente a Betlemme Dio stesso si incarnò.