english version Solo testo articolo originale
Diritto all’aborto

Pubblicato da IL RIFLETTERE organo della AIAC .CLI aprile 2026
C’è la tendenza nel mondo moderno a considerare l’aborto come un diritto della donna, così come è un diritto la libertà religiosa, le scelte politiche, la scelta del coniuge e così via. Ma questo discorso è davvero assurdo: rivela un fraintendimento del significato di diritto, in quanto non si comprende che ogni diritto di una persona presuppone pur sempre un dovere da parte di un’altra persona.
Nel caso dell’aborto è chiaro che, se si pensa che un concepito ha diritto alla vita, la gestante ha il dovere di partorirlo, così come il figlio ha diritto ad essere allevato ed educato e i genitori il dovere di farlo, e così via.
Il problema dell’aborto dipende dal fatto che si consideri in quale momento il concepito sia persona umana: da questo momento universalmente gli viene riconosciuto il diritto di essere partorito e, fino a quando non viene considerato un essere umano, la gestante può continuare o meno la gestazione.
Noi seguiamo il principio che non si può uccidere un essere umano (tranne in alcuni casi), però quello che significa essere umano non è un dato di fatto ma una nostra definizione. Così c’è chi ritiene che il concepito sia persona umana fin dal momento in cui avviene la fecondazione (pure la pillola del giorno dopo allora è un assassinio), chi pensa a 3 mesi, a 5 mesi, alla nascita. C’è chi ritiene che la persona esiste quando c’è autocoscienza e chi invece ritiene che basti la possibilità di acquistarla in un periodo posteriore, e così via.
In realtà non c’è un criterio oggettivo per dire quando si è persona.
Anche le religioni (cristiani e musulmani) non concordano sul momento nel quale l’ovulo, essere vivente, diventa persona vivente: si concorda che il momento sarebbe quello in cui Dio infonde l’anima. Ma quale sarebbe questo momento? Gli islamici ritengono che questo avverrebbe dopo 120 giorni dal concepimento, ma non tutti concordano; nel Medioevo cristiano si parlava di 40 giorni per i maschi e 80 per le femmine (che stramberia). La Chiesa di oggi non si pronuncia sul tempo dell’infusione dell’anima, ma considera peccato sin dal primo istante del concepimento proprio perché non sappiamo quale sia questo momento. Come si vede, anche nell’ambito religioso vi è o vi è stata grande incertezza.
Non è scientifica né la posizione degli abortisti né quella dei contrari: si tratta solo dell’assunzione di una definizione di persona che scegliamo liberamente.
In realtà, nella pratica è la donna che decide, ma questa decisione non dipende da credenze religiose o ideologiche, bensì dal sentimento che prova: se sente che il concepito è vivo, scatta l’istinto materno, il più forte della natura, e in nessun caso, a nessun prezzo, è disposta all’aborto, che sarebbe uccidere il proprio figlio. Se invece sente che nel suo grembo non c’è un bimbo ma solo la possibilità della formazione di un bimbo, allora può decidere di continuare o interrompere la gravidanza: comunque non è mai cosa semplice come bere un bicchiere d’acqua.
Bisognerebbe poi considerare che il figlio non è solo della donna ma anche dell’uomo, ma questo punto non viene mai ricordato, anzi pare che sia una colpa vergognosa ricordarlo. Ma anche se il compito di portare avanti una gravidanza è molto gravoso per una donna, questo non significa che il compito di provvedere ad un figlio che ricade su ambedue i genitori, sia cosa da poco; anzi dura tutta la vita, in pratica.
Esisterebbe poi il diritto della donna di voler avere figli o meno. In verità la donna naturalmente ha come aspirazione più importante proprio la maternità, secondo natura. Tuttavia la vita moderna, che si allontana sempre più dalla natura, la porta ormai in molti casi a un conflitto fra maternità e vita moderna, con la carriera, il benessere e tante altre cose che le nostre ave non immaginavano nemmeno.
Pure questo ultimo diritto di avere o non avere figli è pur sempre relativo, come qualsiasi altro diritto: se le donne non volessero più fare figli, la nostra specie si estinguerebbe. Ora il nostro Paese, anzi in generale la nostra civiltà occidentale, è in una situazione grave di denatalità che minaccia seriamente tutta la nostra società, con la prospettiva sempre più minacciosa della cosiddetta sostituzione etnica o, meglio direi, di civiltà.
Ma a prescindere dal problema sociale, più immediatamente c’è il problema di coppia. Se una donna si sposa si presume che sia disposta a partorire. Il marito ha pure il diritto di avere figli, a meno che non ci si accordi prima: non è che moglie e marito abbiano il diritto (separatamente) di scegliere se avere figli o meno.
La Chiesa considera poi non valido un matrimonio nel quale si esclude la volontà di generare.