IL MONASTERO STUDITA

Dopo questo “lavoro”, il Superiore ci accompagnò a visitare il monastero: la chiesa bellissima, il refettorio grande, la cucina, la sartoria, le stanze per i turisti, la serra (con tanti bei pomodori), un campo di mirtilli e un altro (che guardai da lontano) con tante arnie. Tutto ciò era destinato solo ai monaci e ai bimbi ospiti: a nessun’altro.

Quello che mi colpì molto fu il dormitorio dei ragazzi affidati ai monaci: otto per l’esattezza, e che ora erano in vacanza in montagna. Dicevo che fui colpita perché pensai che quei bambini così sfortunati perché senza genitori, erano però paradossalmente “fortunati”:avevano una bella stanzetta, linda, con biancheria pulita, servizi igienici degni di questo nome e acqua in camera: fredda e …calda.

In questa lunga visita incontrai tanti altri monaci, tutti giovanissimi. Ora capisco perché in paese non c’erano ragazzi dai 14 anni in su. Erano tutti qui, forse perché qui si mangiava tutti i giorni.Qui si producevano: formaggio, marmellata, burro, miele, yogurt e salumi.

Appartenevano al monastero anche una stalla ben fornita, un’officina dove si aggiustavano auto e mezzi agricoli, ciliegeti, ecc… Io però non mi spiego perché in questo posto c’era tanto ben di Dio, mentre tante persone erano costrette ad andare via da Univ per assicurare qualcosa ai figli.

Sapete cos’altro ho notato? Quando i “frati-ragazzi” si trovavano negli spazi esterni al monastero, si comportavano da persona normali: sorridevano, parlavano volentieri, ma, non appena varcavano la soglia del cortile, mettevano le braccia conserte, gli occhi puntati a terra e camminavano come se davanti, pur avendo delle persone, avessero dei fantasmi. Diventavano talmente seri che nessuno di noi osava rivolgere loro la parola.

Ad un bel frate molto giovane, che incontrai all’esterno del monastero, consigliai di giocare con i bambini, di dedicarsi maggiormente ai fanciulli perché essi sono il sale della vita, ci danno allegria. Il frate, toccandosi la barba, mi disse:”Ma io sono vecchio”.Gli risposi:”Si tagli la barba, ridiventi piccolo, si dia una “mossa” ed aiuti i bambini della scuola che ne hanno tanto bisogno”. Forse fui infelice nell’esprimermi in tal modo ma era quello che pensavo realmente. Avevo anche saputo che nessun frate aveva mai visitato la scuola e non conosceva la reale situazione dei bambini per cui invitai i frati a farvi una capatina.  

Qui le cose non andavano proprio, non c’era “veramente” giustizia.

Eravamo alla visita; girando ancora tra questi sacri spazi, ci rendemmo conto però che i monaci stavano facendo un ottimo lavoro per quanto riguardava il monastero: stavano riportando alla luce tutti i dipinti sui muri, nascosti da strati di pittura bianca messa dal vecchio regime. La chiesetta era stata già completata, durante il passato governo, era diventata un ospedale per “malati di mente”.

Sotto i portici di questo bellissimo edificio, erano appesi al muro crocifissi in legno di grande valore, erano però  bruciacchiati, spezzati, rovinati a ricordo di ciò che avevano subìto. Anche il cimitero, in montagna, era stato profanato. Si era cercato di cancellare persino la memoria storica.

Io ebbi l’impressione che la tanta sperata libertà fosse solo religiosa. Si respirava a pieni polmoni, la non libertà della gente comune.