IL
LUNGO VIAGGIO
Da
Napoli a Venezia i miei compagni di viaggio, ogni tanto cantavano motivi
napoletani classici, allietando i presenti.
Arrivammo
a Venezia con un po’ di ritardo rispetto al tempo previsto, ma il treno per
Budapest partì con precisione matematica.
Trascorsi la notte in dormiveglia per i controlli molto frequenti. Ero inquieta, mi mancava la mia famiglia. Alle 6 del mattino del giorno dopo, a Zagabria, apro il telefonino e ….un SMS di mio marito con un bellissimo saluto.
Era proprio un bel
giorno…almeno lo speravo.
Cominciai
ad ammirare il panorama. Eravamo in Ungheria: c’era legno, legno e ancora
legno, tante segherie. Costeggiammo il lago Balaton: zona turistica; infatti
vedevo tante villette, tutte bellissime. Il paesaggio era stupendo.Non trovo
parole giuste per esprimere la bellezza di questo luogo.Tutto era a dimensione
umana.
Pian
piano il panorama cambiò, il Balaton fu sostituito da vastissime pianure
coltivate
Alle
12,20 arrivammo a Budapest Keleti . Il nostro primo pensiero fu di prenotare le
cuccette per Leopoli. Depositammo i bagagli e ci recammo in taxi a un ristorante
italiano per il pranzo. Ritornammo alla stazione dopo un paio d’ore con un
altro taxi e
Alle
16,30 eravamo in viaggio per Leopoli (Lvov).
L’interno
non smentì la mia prima impressione: corridoi stretti, cabine piccole. In esse,
entrando, sulla destra c’erano le cuccette, a sinistra 2 piccoli attaccapanni
e subito dopo un lavabo coperto che sembrava un tavolino. Tutto qui. Per
quella cabina eravamo tutti arrabbiati, ma le sorprese non finirono.
Quando
cercammo di preparare le cuccette,
apparvero ai nostri occhi lenzuola e guanciali giallo scuro; su uno di essi
spiccava una bella macchia di sangue. Le coperte? Cenci sporchi.
Ero
talmente furiosa che la cuccettista, pur non comprendendo la mia lingua, capì
bene il problema e ci portò biancheria pulita.
Era
un porcile: water e lavabo con smalto scrostato e pieni di ruggine, lo
specchio….
Però
in un angolo,a terra, attaccato al “water”, faceva bella mostra di sé un
secchio con una scopa di saggina bella grande.
In
conclusione, quando avevo bisogno assoluto di entrare in quell’ambiente, stavo
attenta a non toccare nulla. Mi dicevo:”Addà passà a nuttata”.
Non
tutto però era così brutto; in cabina infatti c’era aria condizionata così
alta che si
In
questo treno c’era però una nota di colore: nelle cabine, alle finestre
c’era una doppia tenda bianco-rossa e nel corridoio ve ne erano altre, tutte
uguali; su ognuna di esse, in orizzontale, c’era un rametto di plastica con
dei fiori rossi.
Alle
19, fuori splendeva ancora il sole. Io ero nella mia cuccetta a scrivere
la cronaca della giornata mentre attraversavamo ancora sterminate pianure. Ogni
tanto si vedeva un cavallo o una
mucca.
Verso
le 21 mi addormentai ma ciò durò poco, infatti verso le 23, arrivammo a Chop,
confine tra Ungheria e Ucraina. Qui, militari, armati di tutto punto e con cani
antidroga, salirono sul treno per controlli.
Due di essi invitarono con gran “cortesia” uno di noi a seguirli al posto di
polizia. Pasquale
si offrì, Gennaro
pregava, ormai vedeva tutto negativo ed anche io. Trascorreva il tempo ,
incominciai ad avere paura, ma una ragazza che parlava francese, mi fece capire
che era tutto normale e si offrì di accompagnarmi al posto di polizia.
Era
mezzanotte.
In quella notte nera,
scendemmo dal treno. Io e la ragazza non
percorremmo neanche un centinaio di metri che sentimmo delle voci. Era il Pasquale che tornava discorrendo
allegramente con i militari. La mia paura svanì. Insieme, tornammo al treno e
qui trovammo Gennaro che ancora pregava, ma alla vista del suo amico,
la preoccupazione e la paura sparirono.
All’una
ripartimmo, forse avremmo riposato, forse…Le ore che seguirono trascorsero
tranquille, ma io non riuscii più a chiudere
gli occhi. Alle 6,15 i due
amici dormivano ancora, io invece, mi recai ai “servizi igienici” per un
breve restauro.
Albeggiava,
la giornata sembrava bella. Il cielo era pulito e limpido. Aprii una finestra
del corridoio: l’aria era frizzante, mi sentivo in ottima forma, nonostante la
nottataccia. Respiravo a pieni polmoni.
Guardavo
il panorama, ma tutto mi diceva che qui la vita era troppo dura. Notai due
contadini che conducevano una mucca al pascolo, una donna con un bastone tra le
mani con il quale guidava un gruppo di oche, forse in qualche prato più ricco e
ogni tanto intravedevo un contadino, a dorso nudo che falciava.
Le
case erano piccole, vecchie, cadenti. Alcune erano ridotte ad un mucchio di
pietre.