LESSIA
Lessia
era arrivata da Univ, villaggio a pochi chilometri da Peremiscilany, nel
distretto di L'Viv
( Leopoli
in italiano), nel settembre del 1997
con due “vestiti” che le erano stati donati dai monaci del monastero studita.
La
sera in cui arrivò a casa mia, era intimorita.
Cercai di metterla a suo agio e, quando sembrò più fiduciosa, mostrò a me e a
mio marito, una lettera di presentazione scritta dal frate
italiano Vladimiro Di Livio, che viveva nel monastero di Univ da molti anni.
Avemmo
la certezza che quella donna, era una brava persona di cui avremmo potuto
fidarci: eravamo sicuri che la nonna sarebbe stata in buone mani.
Nei
giorni che seguirono, mi resi conto che la fiducia era ben riposta.
L’avevo
voluta solo per dare un po’ di compagnia a mia suocera, molto anziana, però
quando ritornavo da scuola, trovavo la casa perfettamente in ordine, inoltre
“babbusca” (in
lingua ucraina: nonna" era
molto contenta: Lessia non solo non la lasciava mai sola, ma la profumava, la
truccava…
Giocava
a carte con lei, aveva tanta pazienza ma si stancava anche molto, per cui io,
conscia di ciò, lasciavo che uscisse per una passeggiata tutti i pomeriggi come
anche la domenica.
Nei giorni che seguirono, cominciai a farle indossare abiti diversi da quelli che possedeva e pensai di farla dimagrire con una buona dieta. Volevo che vedesse la “donna” che era in lei, che acquisisse fiducia in se stessa, che avrebbe potuto aspirare a qualcosa in più di ciò che aveva avuto fino all’arrivo a casa mia.
Lessia
si impegnò molto e seguì i miei consigli senza tanti sacrifici. Dopo pochi
mesi, aveva raggiunto settantotto chilogrammi a fronte dei novantaquattro con i
quali aveva convissuto.
Più
passavano i giorni, i mesi e più aumentava la
sua
riconoscenza verso la mia famiglia e soprattutto verso di me.
Come
ho già detto prima, Lessia usciva spesso per una passeggiata e cominciai a
temere per lei: la vedevo indifesa verso la nostra società, temevo che potesse
fare qualche brutto incontro per cui, ogni
sera, aspettavo che tornasse e la tempestavo di domande, le facevo tante
raccomandazioni. Parlavamo tanto. Per me era diventata come una sorella minore
da proteggere. Proprio durante questi lunghi colloqui, seppi di sua figlia, di
sua madre, della vita nel suo villaggio.
In
Ukraina aveva un orto dove coltivava patate e cipolle e dove c’erano due
ciliegi. Lessia aveva forza e muscoli quasi mascolini per il tipo di lavoro che
aveva svolto. Cosa mangiava ad Univ? Patate e cipolle. Tutto ciò che comprava,
aveva un costo pari a quello italiano a fronte della pensione di sua madre di
circa trenta dollari mensili. Pasta, carne, pesce, formaggio? Solo un sogno.
Mi
raccontava che era venuta in Italia per poter assicurare un titolo di studio a
sua figlia che frequentava la scuola nel suo villaggio con ottimo profitto.
Lessia
mi parlava della situazione dell’istituto scolastico e dei bambini che lo
frequentavano, bambini molto poveri che scrivevano con una matita su fogli di
blok notes dati a loro dal direttore didattico; pastelli, pennarelli, compassi,
righelli? materiale che nessun bambino possedeva.
Tutto ciò che Lessia mi raccontava, mi commuoveva tantissimo, ma solo la commozione non bastava. In me nasceva l’idea di poter aiutare quei bambini; ma come?