IL VIAGGIO DI RITORNO

Alle 18 partimmo, ci attendeva un lunghissimo viaggio che speravamo,tranquillo ed invece nessuno riuscì a riposare per i continui controlli.

Arrivati a Budapest, girammo un po’ per le strade, ammirammo alcuni bei monumenti, visitammo un centro commerciale ma che era quasi vuoto dei vari prodotti: eravamo gli unici visitatori. Evidentemente anche qui ci sono difficoltà economiche. Le condizioni del tempo e il breve periodo  a nostra disposizione, non ci permise una lunga visita, per cui ritornammo alla stazione. Che impressione!  Sporcizia, piccioni e scarafaggi erano padroni di questo luogo da cui andammo via immediatamente per recarci in un bar-ristorante  bellissimo. Qui, tra un caffè e una bottiglia d’acqua, tra una bottiglia d’acqua e un caffè attendemmo l’arrivo del treno che doveva condurci a Venezia.

Partimmo con la speranza di poter riposare almeno un po’.I controlli furono molto frequenti, soprattutto in Croazia e Slovenia.Arrivammo al confine con l’Italia, a Villa Opicina alle sei del mattino e qui sentii chiedere,per l’ennesima volta i documenti ma chi li voleva, parlava in italiano con accento napoletano.Ero talmente felice, ma mi rifiutai gentilmente di porgere il passaporto. Il controllore, sorridendo, passò oltre augurandoci buon viaggio. Il suo accento napoletano mi fece ritrovare la mia città, la mia casa, il mio amore, i miei figli. L’incubo era finito.

Aprii il telefonino: consultare messaggi:era mio marito che mi dava il bentornata in Italia: aveva viaggiato con me attraverso il cellulare  e il computer.

I miei compagni di viaggio hanno apprezzato molto il lavoro e la capacità organizzativa di mio marito ed hanno compreso quanto sia eccezionale il mio uomo (almeno a me cosi sembra)

Da Venezia partimmo con dieci minuti di ritardo,ma non mi importava, fra qualche ora sarei arrivata  a  Napoli e mi sarei ritrovata tra le sue braccia.

Ma questo tratto si  rivelò più lungo del previsto: il treno procedeva lentamente e, non ho mai capito il perché, si fermò ad Orvieto per un’ora e mezza, ritardo che non recuperammo.