L'ARRIVO
La mia amica ci offrì la colazione. Dopo circa mezz’ora partimmo per Univ, lungo la strada, Lessia fece delle compere. Noi pensammo a comprare giornali che parlavano della permanenza del Papa in quella terra. Qui per me ci fu una sorpresa: invece di un registratore di cassa, al quale sono abituata, vidi un bel pallottoliere con il quale la giornalaia faceva in modo molto veloce i suoi calcoli. Di fronte all’edicola invece, c’era una farmacia ultra moderna.
Dal
punto di vista architettonico, Leopoli è una bella città: chiese
caratteristiche, palazzi moderni e antichi, tenuti bene, bei giardini, un museo
delle armi, un circo in pianta stabile. Ci sono negozi molto particolari,
antichi e moderni.
Dal
punto di vista della vita sociale, Leopoli presenta due facce molto diverse che
appaiono evidentissime allo sguardo dei turisti. Auto nuovissime e vecchie
“Fiat 124”,persone vestite molto bene e altre sedute su uno sgabello con un
piccolissimo banchetto avanti con un po’ di mercanzia da vendere. I pullman,
erano dei vecchi catorci, sembrava che da un momento all’altro potessero
perdere dei pezzi per la strada.
Dopo
circa cinquanta chilometri, arrivammo ad un bivio, girammo a destra,
incominciammo a salire per una strada sterrata. Che brutta impressione, volevo
sperare che non fosse quella la mia
meta. Mi accorsi, invece, che ero proprio arrivata perché vedevo da lontano
delle persone in attesa. Ci fermammo avanti ad un vecchio edificio che riconobbi
subito: era la scuola che tante volte avevo visto nelle foto inviatemi dal
direttore (ora a Napoli per lavoro). In più c’erano i bambini, con occhi
luminosi, curiosi; mamme che venivano a salutarci e insegnanti sorridenti.
I
ragazzini aumentarono e ci fecero tante feste. Il maestro Gennaro e il dottor Pasquale
distribuivano bandierine dell’UNICEF e riprendevano la gioia dei ragazzi con
una videocamera che ogni tanto però faceva capricci.
Lessia
era con me, mi aiutava a capire ciò che dicevano i bambini,le mamme, le
insegnanti, la direttrice. Ciò che mi commosse tanto, fu vedere delle piccine,
col vestitino della festa e con una rosa in mano che mi offrirono con aria
timida ma sorridenti. Quello che poi mi colpì furono gli occhi dei bambini: anche se
cercavano di sorridere , nascondevano nel loro profondo una grande tristezza.
Tutti avevano gli occhi azzurri: sono i più belli del mondo, non ne ho visto
mai di uguali.
Salutai
le insegnanti, baciai i bambini, ma mi sentivo strana. Notai che non c’era un
papà. Ebbi l’impressione che fossero inutili;quei pochi che vedevo, erano
lontani da noi, dalle mogli, dai figli, dalla scuola, da tutto e tutti. Forse
erano nascosti e ci osservavano, forse stavano ubriacandosi già dal mattino.
Forse quella sera qualcuno sarebbe tornato a casa e avrebbe fatto volare qualche
altro dente alla propria moglie per scaricare la rabbia per la propria inutilità.
Forse è per questo che le donne ucraine che vediamo in Italia sono
riconoscibili dai denti d’oro.
La
mia impressione è che qui
la mamma sia fondamentale per la famiglia: è lei che cura i figli, la
casa, il marito; è lei che lavora. Si arrangia come può, dalla mattina alla
sera, cerca un modo per portare qualcosa in tavola la sera per i figli.
Quasi
tutte le famiglie possiedono o una mucca o una capretta e un "pezzettino" di
terra. Qui è tutta la ricchezza. Le donne conducono vita durissima: curano la
mucca, o la capretta e l’orticello. Ad Univ non si vedono ragazze da quindici
anni in su fino a donne di cinquanta, cinquantacinque anni: sono tutte lontano da casa
in cerca di un lavoro.
La
maggioranza delle mamme, affida i figli ai vecchi genitori e va via da
questo luogo.Qui vidi solo persone anziane con la pelle del viso e delle mani
dura e con rughe molto profonde.
E i giovani, dove erano? Non ne vedevo.