IL COMMIATO

Di pomeriggio avevamo un appuntamento con i ragazzi della scuola che volevano salutarci prima del nostro ritorno in Italia.

Dopo pranzo e un breve riposo ci recammo dai ragazzi che ci accolsero con grande gioia. Accompagnati dagli insegnanti, ci condussero in cortile (! ? )dove ci aspettavano altri alunni. Un lungo applauso ci accolse. La direttrice ci offrì, a nome di tutta la scuola, un piatto in legno finemente lavorato a mano. Da parte della mia scuola, offrii la bandiera del mio Paese e ai ragazzi che frequentavano l’ultimo anno, regalai un braccialetto in mio ricordo. Gennaro e Pasquale raccomandarono a tutti di lavorare in sinergia con i monaci studiti che  erano  molto disponibili.

Vedevamo però, i ragazzi molto euforici, stavano certamente preparando qualcosa. Infatti, dopo cena,  fummo invitati in un’aula dove un gruppo di ragazzi si esibì in balli cosacchi. C’era un’atmosfera particolare che ci prendeva. Mi sentivo anch’io parte di quella comunità piena di tradizioni.Seguirono  ballabili molto veloci. Tutti ballavano: Pasquale, i ragazzi, le insegnanti, le mamme, mentre Gennaro “combatteva” sempre con la telecamera. Io ero seduta ed ammiravo quelle persone piene di vita, ma un ragazzo mi invitò a ballare, non  potei evitare e mi buttai nella mischia. Ballai anche con un signore, molto simpatico, un’antica serenata durante la quale l’uomo si inginocchia davanti alla donna. Ogni qualvolta si ripeteva  questa scena, tutti applaudivano: ero diventata il personaggio della serata.(avevo l’impressione,invece di essere un po’ scema).

Sentivo il grande affetto dei ragazzi e delle insegnanti.  Fu una serata stupenda ma anche triste perché tutti pensavano alla nostra partenza. La festa si concluse verso l’una di notte e dalla casa di Lessia riuscii a parlare con mio marito telefonicamente.La mia giornata era terminata come meglio non poteva.Finalmente riuscii a dormire; mi svegliai alle 10,30 del giorno della partenza.

Accompagnata da Lessia e Cristina mi recai al monastero per salutare padre Benedict. Ci raggiunse anche la direttrice, anch’ella per salutare ma soprattutto per ringraziare della disponibilità verso i ragazzi. Avrei voluto portare un fiore sulla tomba di Padre Vladimiro di Livio, il monaco studita di origine italiana, che aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita in quel villaggio,ma Lessia si sentì male per cui l’accompagnai a casa e al cimitero si recarono Gennaro e Pasquale con un monaco.

Lessia si riprese ma, mentre si riposava, io parlai con mamma Maria la quale si lamentava perché non aveva trascorso molto tempo in mia compagnia. Era triste, molto triste, pensando alla mia partenza.

Verso le 18,30 Gennaro e Pasquale passarono a prendermi. Era arrivato il tempo dei saluti:mamma Maria scoppiò in pianto. Cristina, anch’ella molto commossa, mi promise che ci saremmo riviste a Napoli.        

Lessia venne in auto con noi.

Mentre andavamo via , mi  venne un nodo alla gola, la commozione riuscii appena a fermarla. Per quella strada sterrata vedemmo persone che ci salutavano, la maggior parte erano bambini che ci seguirono correndo dietro l’auto ed agitando le mani. Anche quando prendemmo velocità, quei bambini correvano ancora. Ho ancora negli occhi e nella mente quella scena piena del verde del villaggio di Univ che forse mai più vedrò nella mia vita.

A Leopoli, Lessia  ci offrì provviste per il viaggio e, dopo aver preso un caffè in sua compagnia, ci salutammo tra le lacrime e salimmo sul treno.Vennero a salutarci  la zia di Lessia e  l’insegnante di lingua inglese della scuola di Univ.